L’arte di vincere (Moneyball, Bennett Miller, 2011)

Mi aspettavo molto da questo film ma non posso dire di essere uscito dalla sala soddisfatto. Forse il problema è che Moneyball è troppo smaccatamente statunitense; non solo nella struttura, anzi non tanto visto che il sogno americano ne esce fuori un po’ acciaccato (ed è uno degli elementi interessanti), ma soprattutto nel tema. Tutto concentrato sui retroscena dello sport, in particolare sulle logiche della composizione di una squadra, nella parte centrale il film tende a fermarsi e ripetersi un po’ troppo. Miller evita di propinarci le solite lunghe sequenze sportive col fiato in gola, preferendo gli spogliatoi e le stanze manageriali, ma proprio quando si addentra negli aspetti logistici rischia di perdere l’attenzione dello spettatore. Confesso che il 70% dei dialoghi sul baseball neanche li capivo.

L’inserimento della figlia del protagonista dovrebbe comporre meglio la psicologia di Billy Beane, ma risulta solo un’interferenza familiare che mal si sposa col resto del film, sia da un punto di vista narrativo che di ritmo. Brad Pitt resta comunque interprete di rara bravura e accanto a lui la conferma di Jonah Hill, che convince anche in un ruolo diverso rispetto a quelli per cui l’abbiamo conosciuto e apprezzato. Ecco forse togliendo loro due (e Pitt in particolare) dall’equazione, il film perde molto del suo già sbiadito mordente.

The Iron Lady (Phyllida Lloyd, 2011)

Se si entra in sala cercando di conoscere meglio la figura di Margaret Thatcher, si tornerà a casa con una certa delusione. La politica della Lady di Ferro attraversa il film con dei flash mai davvero pregnanti, che hanno l’aria superficiale di un bignami incompleto e non diventano mai parte della storia raccontata.

Phyllida Lloyd costruisce un biopic dalla struttura più che convenzionale con la protagonista anziana che lotta contro la deriva della memoria a causa di una malattia degenerativa (Alzheimer), ripercorrendo le tappe fondamentali della sua carriera politica. Come era chiaro aspettarsi, Meryl Streep è da Oscar. Ma basta un’attrice alla sua massima potenza a reggere un intero film? A volte sì. Ma non è non il caso di The Iron Lady, che – interpretazione della Streep e del sempre eccellente Jim Broadbent – non ha molto altro.

Non è chiaro, per esempio il senso ultimo di questo pseudo biopic. La parte del leone la fanno i segmenti che raccontano la decadenza senile del personaggio e il suo rapporto con la memoria del marito defunto che appare come fantasma di una vita insieme. La cosa sarebbe stata forse più accettabile se la donna al centro del film non fosse uno dei Primi Ministri più controversi della storia britannica. Della politica, delle contraddizioni e dell’ostinazione ai limiti del fascismo della signora Thatcher viene fuori ben poco. La Lloyd ci prova pure a condire il film di qualche ambiguità di giudizio sul suo operato, ma la maggior parte delle sequenze sono riempite da piazzate retoriche pseudo-femministe, con dialoghi che neanche la bravura della Streep riescono a salvare da una ridicola prosopopea, che zavorra alcune scelte registiche da accapponare la pelle, cose come le sequenze al rallentatore con i piedi della nostra eroina che varcano per l’ultima volta la porta di Downing Street. In una parola, dimenticabile.

22/11/’63 (Stephen King, 2011)

22/11/’63 credo sia la definitiva dimostrazione che King è un grande narratore ma uno scrittore non all’altezza di quel narratore. Non che sia per forza un difetto, più che altro una constatazione. La sua ultima (al solito mastodontica in termini di pagine) fatica ha a che fare coi viaggi nel tempo ed è un romanzone classico che si fa leggere a velocità spedita. L’ho finito qualche giorno fa e i personaggi ancora mi galleggiano nella memoria, il che dice più qualsiasi altra cosa il valore del romanzo, ma essendo uno scassapalle vi chiedo un po’ di pazienza e lasciarmi un attimo elencare – così, per gioco – tutto quello che non funziona.

Ci sono molti buchi dentro 22/11/’63. Il primo, imputabile a una visione ingenua della propria storia tipica del popolo americano, alimentata dalla fucina mitica di Hollywood, secondo cui basti fermare Oswald per risolvere i problemi dell’America degli anni 60/70. La cosa suona un po’ forzata a noi cinici osservatori del Vecchio Mondo. Le regole del viaggio nel tempo, poi, rischiano di cristallizzarsi in una serie di stereotipi come l’effetto farfalla o la continua meraviglia dell’uomo del Duemila di fronte al differente potere d’acquisto della moneta nel passato. È il bollo che King timbra come narratore popolare (è un complimento) che si preoccupa prima di tutto – come un Dickens moderno – di tenere aggiornata la memoria del lettore sulla mole di fatti che gli sta riversando addosso, ma ciò non toglie qualche abuso che si traduce spesso in un eccesso di pagine, che ci porta a un difetto tipico di King: troppo innamorato delle sue parole, spesso

L’assioma del romanzo è che il passato è restio a farsi cambiare. Idea in linea col genere, ma che durante lo scorrere delle pagine si trasforma più di una volta in un deus ex machina troppo invasivo e opportunista, una scorciatoia di uno scrittore un po’ meno vigile. Non si capisce perché questo passato metta tanti bastoni tra le ruote a Jake quando tenta di salvare il Presidente, in modo cosi dichiarato da sfociare quasi nella comica, ma poi lo lasci (quasi) libero di agire per tutto il resto. Ci viene offerta una motivazione gerarchica: modificare un evento storico di portata mondiale non è come modificare la vita di Tizio Qualsiasi. Il che è oggettivamente falso. O meglio, è una visione soggettiva della Storia, che non fa distinzione fra attori e comparse; per il passato sono tutte pedine in un organico invisibile per la sua tentacolare estensione, anche se le conseguenze saranno proporzionali (ma fino a un certo punto) al numero di persone coinvolte. King sembra sposare l’assioma solo quando gli conviene, ed è quello che un po’ allenta la credibilità.

Infine la figura di Oswald entra relativamente tardi nel romanzo, quando non ce ne fregherebbe poi più tanto. Chiaramente l’assassinio di Kennedy è solo un mcguffin che King usa per parlare d’altro, e quell’altro è il vero fascino del libro, ma Oswald staziona troppo tra le pagine nell’economia generale della storia restando però un vettore più che un personaggio a tre dimensioni.

Eppure 22/11/’63 ci strega come pochi altri romanzi, è innegabile. King è un narratore di qualità suprema. La sua abilità nel tessere intrecci, nel dosare informazioni e suspense, è una roba che molti si taglierebbero un braccio per averla. E per ogni flessione ci sono per lo meno altre tre punte di diamente sparse nel tessuto dell’intreccio, per un denoument riassuntivo e un po’ semplicistico c’è un finale commovente, carico di un romanticismo per certi versi nuovo all’autore di It e che è solo accennato, con una delicatezza e una manciata di parole che sfumano come una musica in una notte d’estate. E a fronte di burattini storici, figurine un po’ sbiadite, ci vengono offerti un pugno di personaggi “qualunque” che sono la materia viva su cui King azzanna senza competitori e si riconferma grande indagatore dell’animo (e delle sue oscurità) umano.

Black Mirror (Channel 4)

Storie distinte con personaggi diversi, tre futuri prossimo venturi sulla visione e la tecnologia, sulla ri-produzione virale delle immagini, personali e pubbliche, Black Mirror affronta di petto un punto nevralgico del nostro mondo e riesce a declinarlo tre volte senza cadere nell’ovvietà. Il primo episodio potrebbe accadere domani mattina mentre gli altri due si avvicinano più esplicitamente a un orizzonte fantascientifico, ma tutti sono il riflesso (molto poco) distorto della realtà in cui ci svegliamo ogni mattina, tutti raccontano la mutazione genetico-antropologica che ci ha condotti a delegare quella realtà a un derivativo che ha molte facce (o interfacce), tutte però figlie di un unico specchio oscuro. Così, in fondo, i due sguardi più immersi in una tecnologia (ancora) finzionale, hanno le loro radici ben piantate nell’occhio contemporaneo, nel disperato bisogno di un riflettore per sfuggire a una prigione di bisogni e passatempi che dipinge tutti di grigio solo per finire poi in un contenitore più elitario di quella stessa prigione o nell’ossessiva dipendenza da una sedimentazione visiva che oggettivizza un’insicurezza nei confronti di una realtà che non sappiamo più leggere attraverso la presa diretta dell’occhio nudo.

Eppure il podio spetta all’episodio contemporaneo: la raffigurazione della dipendenza dello spettatore medio rispetto all’ingerenza dell’immagine pseudo-cronachistica è la riuscita fotografia di una deviazione tutta moderna. E mai come in Italia la ricezione è così acuta. Un maiale sodomizzato da un primo ministro o una nave da crociera arenata su una costa, sono solo variabili di un’equazione sempre uguale.

Shame (Steve McQueen, 2011)

Shame più che raccontare una storia presenta una serie di quadri collegati della vita del protagonista, una narrazione frammentaria che segna l’incapacità del personaggio a legare in ogni senso. La vita di Brandon è fatta di momenti (sessuali e non solo), di orgasmi veloci da consumare senza altre conseguenze se non quella del desiderio che si riaccende non appena appagato e che dovrebbe colmare una vacuità, una solitudine e un dolore inespresso senza riuscirci mai. Ed è un sesso a portata di clic o di portafoglio, ultima espressione della disumanizzazione consumistica e insieme comportamento ossessivo compulsivo che dovrebbe esporre il corpo (proprio e delle partner occasionali), innalzarlo al massimo per distruggere o almeno mettere a tacere ciò che quel corpo imprigiona.

L’incontro con la sorella è il bubbone che rischia di esplodere, il risorgere di un trauma dell’adolescenza che questi due personaggi feriti condividono ma che affrontano in maniera opposta. Un trauma che McQueen lascia con intelligenza nel mistero, che trae la sua forza proprio attraverso l’evidenza delle azioni e delle dipendenze in cui Brandon si getta. E, nell’interazione con la sorella, attraverso la loro compensazione: tanto l’uno è freddo e impassibile quanto l’altra problematica e bisognosa di aiuto.

Una scelta di pudore che suggerisce il vero senso del film, uno dei pochi che riesca a presentare continue sequenze di sesso senza concedere nulla al voyeurismo. Ognuna ha una sua meccanica freddezza, mostra e non racconta il dramma del suo protagonista ed è servita dallo sguardo indelebile di un Fassbender silenzioso fino quasi al mutismo che, chiusi dolore e sentimenti in un’esistenza solitaria, attraversa la notte della metropoli in una fotografia desaturata alla disperata, ma silenziosa, inconscia, ricerca di liberazione che resta comunque sospesa. Cosa racconta lo splendido finale sospeso: svolta, ennesima ricaduta o inseguimento di un altro totem inafferrabile?

«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice»

Ho finito di leggerlo una ventina di giorni fa e – lo ammetto – ci ho messo molto più tempo rispetto all’Inferno. La seconda cantica da un certo punto di vista è meno incalzante, non tanto perché le manchino le personalità indelebili, quanto perché tendono ad emergere meno icasticamente, forse anche per un motivo morale: coloro che sono salvi, devono espiare e cancellare le loro colpe, non riviverle di continuo. Certo, devono sottoporsi al supplizio, ma non è un caso se l’ultima tappa nel paradiso terrestre sia il bagno nel Letè, le cui acque cancellano il ricordo del peccato (uno dei tanti stratagemmi simbolico-letterari adattati da Dante al contesto cristiano).

Qui la biografia di Dante si fa più prepotente. Certo, come ci insegnano in ogni testo, iscritta sempre in un quadro più ampio, di esempio universale, ma ciò non toglie la forza di quella verità personale. Se c’è una cosa che ho sempre mal digerito della scuola è quella di trasformare gli artisti in puri esecutori di poetiche e idee letterarie, come se non fossero state persone di carne e sangue, con passioni e legami che contaminano le loro opere.

Nel Purgatorio ci sono amici di Dante, c’è il commovente addio al suo Maestro e guida, e c’è ovviamente l’incontro con colei che tutto ha mosso. Sarà evocazione della Teologia, ma Beatrice resta pur sempre una fiamma autobiografica poi rivestita di simbolismi. E l’incontro dei due nel paradiso terrestre testimonia insieme la sua nuova natura, ma anche il suo appartenere alla vita del poeta, al suo passato (è l’unica che lo chiama per nome, unica occasione in cento canti). Trovo che questo sia Per quanto uno degli elementi più affascinante del Purgatorio, il modo in cui Dante imbastisce la propria vita con quella della sua versione letteraria-pellegrina. Certo, è una costante di tutta la Commedia (penso solo a episodi come quello dell’incontro con Brunetto Latini), ma qui sembra attraversare tutto il percorso.

Ed è il movimento una delle costanti del Purgatorio, l’andare, la mancanza di immbolismo sia letterale che simbolico. Il Purgatorio è l’unico regno sottoposto alla caducità del tempo, l’unico regno dell’Oltretomba che allo squillare della Tromba svanirà. Il cammino delle anime purganti diventa il cammino di Dante per l’Italia, esuli entrambi. E il finale è sempre lo stesso, l’obiettivo sempre uguale. Lo sguardo alle stelle, al cielo che dovrà accogliere il pellegrino nell’ultima cantica.

J. Edgar (Clint Eeastwood, 2011)

Ammetto che fare un film su una figura controversa come quella del primo capo dell’FBI sia impresa titanica e di difficile tenuta, ma ciò che non mi ha del tutto convinto è la versione addomesticata di Hoover che Eastwood ci presenta, salvo poi ritinteggiare il ritratto con qualche battuta finale di Tolson, ma è un po’ poco. Hoover poteva anche essere convinto di essere nel giusto, ma era uno che si sporcava molto più le mani di quanto faccia nel film.

Il processo parallelo che racconta la vita privata e pubblica trova qualche inceppo e sbilanciamento, dando l’impressione alla fine che non è chiaro neanche al suo realizzatore cos’è che abbia voluto raccontare di Hoover. Apprezzabile l’idea di dare molto spazio al privato e di accostarsi al lato umano del personaggio, ma l’idea è in parte fallita nel momento in cui pur accentuando il motivo repressivo, le due vite sembrano scorrere troppo parallelamente.

Di Caprio è bravo, doppiaggio permettendo, e la cosa non stupisce; ma non trovo questa interpretazione da Oscar, almeno non più di The departed, con l’aggravante che qui sembra proprio di quei ruoli confezionati per conquistarsi una statuetta. Poi certo lo stile visivo di Eastwood non si discute, e gli va dato atto che non annoia, semmai dispiace per le occasioni perse, pur ammirando la sua volontà di approdare a una regia più libera, pur semrpe all’interno del suo neoclassicismo, anche più sbilanciata, meno controllata. J. Edgar non è un film spiacevole, né mi sognerei di dire di aver buttato due ore e passa, ma è comunque irrisolto, di certo al di sotto di altre opere eastwoodiane. Ho la sensazione – e spero di essere smentito – che il suo cinema avverta una certa stanchezza da qualche titolo (da Invictus, altro biopic, ma ben più disastroso di J. Edgar). Eppure le pecche di J. Edgar anziché farci odiare Eastwood ce lo rendono ancora più simpatico e in fondo dai neanche preoccupati per il futuro. Sono delle prove, non prive di indovinate intuizioni, che il giovane ottantenne fa prima di ritrovare un nuovo registro.

P.s. è una mia impressione o il doppiatore di Di Caprio, nelle sequenze dell’Hoover anziano, parla come un bambino che imita un vecchio… salvo poi correggere in fieri il parziale disastro?

p.p.s. Ho visto questo film venerdì e non avevo alcuna voglia di scriverne la recensione. Ma ultimamente non ho voglia di scrivere recensioni per il blog, in generale. Anche questi paragrafi quassù necessiterebbero di ben altra revisione e riscrittura, ma al momento non ci penso neanche.

FM 35.00: classificone musicale 2011

                           

Read more »

Classificone serie tv 2011: Drama

 1. Breaking Bad
Read more »

Classificone cinema 2011

1.

Drive, Nicolas Winding Refn Read more »

Le Idi di Marzo (The Ides of March, George Clooney, 2011)

Le ombre di Good night and good luck tornano qui per raccontare le ambiguità e i giochi di potere nelle campagne per le elezioni presidenziali. Che il Clooney regista fosse un gran direttore d’attori era cosa saputa, ma qui la sua abilità registica fa un passo avanti anche nella messinscena, costruendo un solidissimo thriller politico immerso in atmosfere neo-noir che giocano con l’allusività delle immagini e le ellissi visive (splendida da questo punto di vista la sequenza del licenziamento di Paul).

Manipolazione delle informazioni e tradimenti intestini, strategie d’infima categoria e patteggiamenti con la stampa, le menzogne dei politici e la solitudine di una stagista, tutte filtrate attraverso lo sguardo prima partecipe e via via sempre più spento di Ryan Gosling, che firma quest’anno l’ennesima prova da applausi. La politica sparisce dietro le macchinazioni pubblicitarie. Programmi, leggi, intenzioni sono roba antiquata: ciò che resta in piedi è unicamente il meccanismo elettivo; e dunque una recita ben orchestrata mette la vittoria in tasca.

Ecco perché il cast di leoni americani serve benissimo l’idea del film, perché è nel mascheramento, nella perfetta interpetazione dei ruoli che si vince negli Stati Uniti. Certo politicamente parlando il film sfiora l’ovvio ma ne riguadagna sul lato umano (cui contribuisce la sceneggiatura coi suoi dialoghi taglienti). Le Idi di Marzo si muove tra la melma e le macerie del decadimento delle ideologie, raccontando una politica cui è rimasto soltanto il cinismo più sfrenato dei pubblicitari. Non si salva nessuno, e chiunque voglia entrare in questo mondo deve lasciare fuori la porta la propria moralità per sposare quella del meccanismo. Il coraggio e l’impegno di Clooney e la sua personale disillusione la si legge chiaramente nel suo ruolo, in questo governatore democratico venato di ambiguità, non del tutto marcio, ma capace di tutto pur di ottenere ciò che vuole.

Il cast è formato da una pletora di gente per cui stravedo: Giamatti, Gosling, Clooney stesso, Hoffman, Tomei e una convincente Evan Rachel Wood che non si lascia intimorire e non sfigura affatto di fronte a questi mostri sacri giovani e maturi. Le sequenze di dialoghi serrati in cui interagiscono tra loro tra minacce allusive e tentativi di carpire all’altro più di quanto l’altro voglia esprimere sono da antologia.

Classificone serie tv 2011: Comedy

1. Community

2. Louie

Read more »

La trama del matrimonio (The Marriage Plot, Jeffrey Eugenides, 2011)

Il finale, le ultime pagine in particolare, è la cosa più geniale del romanzo per come tira tutte le fila e gioca a livello metalinguistico con l’intero pantheon di riferimento sparso durante l’intero intreccio, ma devo ammettere che questa volta Eugenides non mi ha conquistato. Non si può negare che sappia il fatto suo, che resti uno che ci sa fare con le parole e bisogna ammettere il fascino innegabile dei vari fatti del romanzo rivissuti e riraccontanti attraverso i diversi punti di vista dei personaggi, ma questa volta Eugenides l’ho trovato un po’ freddo. I personaggi sono anche ben delineati, ma le loro gesta non conquistano mai del tutto. Potrei dire che il problema è la separazione eccessiva dei tronconi narrativi, ma non è esattamente quello.

Il fatto è che alla lunga La trama del matrimonio sembra sempre più romanzo a tesi in cui però la storia rischia di essere uno sfondo di cartapesta e i personaggi pedine. Eugenides si allontana un po’ troppo dalla vita, mentre costruisce un sia pur riuscito universo letterario (in tutti i sensi). Ma ciò che mi era sempre piaciuto dei suoi libri e che qui non ho trovato è la sua abilità nel trasferire nell’indubbia abilità e funambolismo di scrittura il calore dell’emozione.

Il fatto che ci abbia impiegato tanto a leggerlo (diciannove giorni) – e di uno scrittore dei preferiti – non depone a suo favore. E non posso negare che nella delusione (parziale) molto influisce anche la poca prolificità dello scrittore: attendevo questo nuovo romanzo da anni… quanti ce ne vorranno ancora prima che Eugenides ce ne offra un altro?

The Artist (Michel Hazanavicius, 2011)

Ho letto molte critiche negative che non mi aspettavo su The Artist. Alla base di queste stroncature o quasi, credo ci sia un fraintendimento. Hazanavicius rievoca stile e vizi del cinema muto (ma direi del cinema classico tout court), senza fare il primo della classe perché sceglie intelligentemente di spostare l’accento sulla risata e sulla commozione. The Artist è un omaggio dichiarato al cinema sull’onda del cuore più che del cervello. Ed è questa, per quanto semplice possa sembrare, la sua carta vincente. Anche quando lancia a briglia sciolta le citazioni lo fa per evocare un’emozione parallela: è il caso della musica di Vertigo, piazzata nel momento cruciale del film, su quel montaggio parallelo che se omaggia anche la suspense hitchcockiana punta soprattutto (complici le note di Bernard Hermann) a sottolineare il trasporto amoroso, perché alla fine non esiste soggetto migliore dell’amore*, a qualsiasi latitudine, sotto ogni forma.

Attraverso il volto, la prestanza fisica di Jean Dujardin – a metà tra Douglas Fairbanks e uno Sean Connery ante litteram – Hazanavicius crea una favola cinefila, una Hollywood parallela che vive per omaggiare il cinema. Qualcuno lamentava l’eccessiva mancanza di cinismo, specie nella figura del produttore interpretato da John Goodman (col physique du role perfetto per il ruolo), ma che forse Cantando sotto la pioggia raccontava il passaggio dal muto al sonoro secondo coordinate storico-realistiche? Allo stesso modo The Artist fotografa quel momento cruciale attraverso l’otturatore del cinema muto, secondo i bagliori dei primi decenni della settima arte.

* Parola di un esperto in materia.

Classificone serie tv 2011: I Peggio

La classifica ufficiale dell’intera redazione di Serialmente la trovate qui (con anche la mia personale). Qui un elenco per sparlare brevemente della monnezza televisiva di questo 2011. Ovviamente di quella monnezza che ho avuto l’occasione di guardare, sperando in qualcosa di buono. Poi è chiaro che ci sarà un mare anche peggiore, oltre ai titoli qui presentati (anche se trovo difficile pensare ci sia qualcosa di peggio di Terra nova).

1. Terra Nova
Ne ho già sparlato qua e . Un breve riassunto: la preistoria senza i dinosauri, popolata dalla famiglia più Mulino Bianco mai vista in tv. Abbiamo sperato fino all’ultimo che almeno un carnosauro entrasse in scena per magnarseli tutti, bimbi compresi, ma niente.

2. V
Per dire la vecchia serie non era granché, rivista oggi è pure troppo ingenua, ma almeno le resta quel fascino retrò e lo stile anni 80. Questa cagata immonda odierna è un pastrocchio insalvabile persino per Elizabeth Mitchell. Anzi, sono contento che l’abbiano cancellata proprio per non continuare a vedere un talento di quella risma sprecato in questa merda. Qui.

3. Ringer
Mollato credo al quarto episodio, dopo una valanga di insensatezze, episodi da telenovela di decimo ordine e fondali digitali di cartapesta. Mai stato un fan di Buffy né della Gellar, quindi posso essere del tutto obiettivo sullo schifo che mi ha fatto quel poco che ho visto (e da quello che ho letto il seguito è pure peggio. Non voglio saperne nulla). Read more »