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	<title>Noodles Journal</title>
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	<description>Solo il mio modo di vedere le cose</description>
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		<title>Bruce Springsteen (Piazza del Plebiscito, 23 maggio 2013)</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 10:58:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>noodles</dc:creator>
				<category><![CDATA[journal intime]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter" src="http://images2.corriereobjects.it/Primo_Piano/Spettacoli/gallery/2013/05/springsteen/napoli/img_napoli/bruce07_941-705_resize.jpg?v=20130523233010" alt="" width="941" height="626" /></p>
<p style="text-align: justify;">Questo è solo un post di servizio. Non credo che riuscirei comunque a mettere per iscritto le emozioni di ieri sera, l&#8217;attesa, l&#8217;arrivo, ascoltare e vedere dal vivo uno degli artisti più importanti per me. Ecco, finiremmo a scrivere le solite cose trite e melense, che è meglio invece restino taciute.</p>
<p style="text-align: justify;">La gente mi diceva sempre (o lo leggevo ovunque) che un concerto di Bruce Springsteen è un&#8217;esperienza indimenticabile. Non c&#8217;è alcun dubbio: per tre ore e passa ieri sera Piazza del Plebiscito è stata una festa rutilante, un&#8217;esplosione di energia e di rock allo stato puro. Springsteen dialoga col pubblico, scherza, lo coinvolge (letteralmente, anche sul palco), in una messa laica, un rito ancestrale e moderno che ti fa sentire parte di una famiglia (per tutto il tempo non facevo che gettare occhiate a Steve Van Zandt: la sola espressione, la sola presenza sul palco è uno spettacolo nello spettacolo).</p>
<p style="text-align: justify;">Varie cose emozionanti: dal Boss che appare sul palco verso le sei e ci offre un&#8217;anticipazione acustica (<em>Growing up </em>e <em>This hard land</em>), forse anche per risollevarci del maltempo che ha segnato un po&#8217; tutta la giornata, ma per fortuna senza arrivare a picchi catastrofici; il Boss che dice di essere un uomo del sud, la dedica alla terra dei nonni, Vico Equense, seguita da un&#8217;esecuzione da brivid di <em>My Hometown</em>; ovviamente <em>The River</em>, che, col palco al buio, quando ho sentito l&#8217;attacco con l&#8217;armonica quasi piangevo, poi invece al contrario di quello che temevo sono riuscito a cantarla tutta senza piangere e senza farmi bloccare da groppi in gola vari; l&#8217;immediata successione, nel finale, in una combinazione esplosiva, di <em>Born in the USA</em> e <em>Born to run</em>, con l&#8217;intera piazza che cantava, ballava e saltava&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciamo perdere, che è meglio, anche perché non credo di riuscire comunque a sintetizzare a parole. Diciamo solo che è di quegli spettacoli da raccontare ai figli, di quelle esperienze che dopo puoi dire &#8220;io c&#8217;ero&#8221;. E visto che il concerto l&#8217;ho vissuto in compagnia di quella che sarà la madre dei miei figli, le emozioni vanno triplicate. Avremo di che raccontare, io e Delizia.</p>
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		<title>Nella casa (Dans La Maison, François Ozon, 2012)</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2013 13:09:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>noodles</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://oubliettemagazine.com/wp-content/uploads/Nella_Casa_francois-ozon.jpg" alt="" width="500" height="259" /></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo <strong>&#8220;Swimming Pool&#8221;</strong> François Ozon torna a interessarsi al processo creativo e al rapporto tra realtà e invenzione, ponendo stavolta l&#8217;accento non tanto sullo scrittore, quanto sul lettore e spettatore, per mutare i piani narrativi e interpretativi riassegnando, nel corso del film, i ruoli dei personaggi. Ruoli soprattutto semiotici che ridefiniscono di volta in volta anche il genere (cinematografico) di riferimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Nella casa&#8221;</strong> si configura inizialmente come una riscrittura del professore-pigmalione, Germain, alle prese con lo sforzo maieutico di portare alla luce le buone capacità creative di un suo studente, Claude, consigliandogli libri e soprattutto leggendone e correggendone compiti che si configurano ben presto come episodi di un romanzo sospeso tra realtà e invenzione, che ha al suo centro un altro alunno della classe e la sua famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sappiamo niente di Claude, vediamo la sua famiglia (il padre invalido) solo nelle sequenze finali, tutto ciò che dice di sé potrebbe essere invenzione. Ciò conferma che sin dall&#8217;inizio è lui il narratore e l&#8217;autore, è lui che dirige e controlla la curiosità del professore, anche se Germain ancora non lo sa. Ma Claude è soprattutto un narratore inattendibile, gioca come col gatto e il topo col suo lettore speciale e ben presto il professore si ritrova a vestire i panni del re di Persia quando pensava di essere Sheherazade – non a caso il suo unico caso di prova narrativa non era andata bene. Crollo delle certezze del prof che è anche un po&#8217; snob, critica all&#8217;intellettuale.<span id="more-5089"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ozon costruisce un film sulle alternanze di toni oltre che di generi.<strong> &#8220;Nella casa&#8221; </strong>viaggia costantemente tra dramma e commedia, grazie ai dialoghi sopraffini e alla mimica di <strong>Fabrice Luchini</strong>, sfiorando il thriller psicologico, ma soprattutto ogni elemento concorre a trasformare l&#8217;opera in una metafora della creazione narrativa ad ogni livello. E sebbene il professore parli con disprezzo della serialità televisiva, finisce poi per restare attratto dal meccanismo di un racconto perennemente rinviato, facendo appello al bisogno di sentirsi raccontare delle storie (cui le scene che precedono il finale alludono più esplicitamente).</p>
<div id="post">
<div id="pagina2">
<p style="text-align: justify;">Come altre opere di Ozon il film è quasi tutto ambientato in interni che, in questo caso, oltre ad omaggiare la derivazione teatrale, alludono anche all&#8217;interno come ambiente costruito, riprodotto, finto. E ancora, permettono anche il dispiegarsi dell&#8217;altro grande tema del film, la tensione voyeuristica che allude ancora al cinema: <strong>Hitchcock, in primis</strong>, direttamente citato nel finale con l&#8217;omaggio a <strong>&#8220;La finestra sul cortile&#8221;</strong>, ma che unisce soprattutto tutte le pulsioni e i personaggi del film. Claude vuole penetrare la casa della famiglia Artole e osservarli per scriverne o scriverne per osservarli (e osservare soprattutto la madre Esther, interpretata da <strong>Emmanuelle Seigner</strong>) e alimentare così la sudditanza (estetica) del suo professore, secondo un processo in cui realtà e finzione si confondono sempre più in una proiezione che allude prima di tutto ai tranelli, alle anticipazioni e alle svolte dell&#8217;intreccio create per avvincere il lettore/spettatore e insieme contribuisce al tono investigativo e misterioso della storia. E l&#8217;insistenza su questi passi falsi, sulle menzogne (dello scrittore/regista), la difficoltà a stabilire, a fine proiezione, se alcuni eventi raccontati dai compiti di Claude siano realtà o finzione sono alla fine il vero succo teorico del film.</p>
<p style="text-align: justify;">A contribuire all&#8217;opacità dell&#8217;ultimo aspetto è il fatto che i parti della creatività di Claude sono sì letti in voice over dal personaggio, ma soprattutto ci vengono mostrati in vere e proprie scene in cui i personaggi/attori dialogano tra loro contribuendo ad alimentare la voluta confusione tra i piani e le realtà, invitandoci a credere all&#8217;evidenza delle immagini per poi magari sconfessarle in quelle successive. E a queste evocazioni sceniche delle parole di Claude si affiancano poi man mano anche l&#8217;immaginazione del professore, che oltre a comparire fisicamente sulla scena &#8220;creata&#8221; da Claude, dialogando direttamente con il Claude autore/personaggio, contribuisce al delirio narrativo riempiendo con la propria immaginazione i punti lasciati in bianco dal ragazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il moltiplicarsi dell&#8217;invenzione e delle scene e delle interpolazioni tra realtà e finzione narrativa, coinvolge Germain in un legame sempre più stretto con le invenzioni del suo alunno, con quella realtà parallela che lo travolge al punto da fargli perdere il contatto con la realtà e la sua vita familiare e lavorativa, mentre Claude si macera alla ricerca di un finale appropriato.</p>
<p style="text-align: justify;">E sarà proprio la vita, intrecciata ormai indissolubilmente con la parola e la narrativa, a generare la conclusione più degna, quando alunno e professore si ritrovano, alla fine ormai pure funzioni letterarie, narratore e ascoltatore, pronti a divorare la realtà/palcoscenico che hanno di fronte per rilanciare il loro meccanismo .</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.loudvision.it/rubriche-anteprima--1583.html" target="_blank">pubblicato su Loudvision</a></p>
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		<title>Grandi e splendide dive in situazioni pericolose</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Apr 2013 17:01:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; Ho recuperato The Impossible e La madre in questi giorni. Il primo lo liquiderei abbastanza in fretta, perché tolta la sequenza dell&#8217;arrivo dello tsunami, violentissima e claustrofobica, girata in un modo da travolgere letteralmente lo spettatore tra le onde, &#8230;<p class="read-more"><a href="http://www.noodlesjournal.com/2013/04/12/grandi-e-splendide-dive-in-situazioni-pericolose/">Read more &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Ho recuperato <em>The Impossible</em> e <em>La madre</em> in questi giorni. Il primo lo liquiderei abbastanza in fretta, perché tolta la sequenza dell&#8217;arrivo dello tsunami, violentissima e claustrofobica, girata in un modo da travolgere letteralmente lo spettatore tra le onde, ecco tolto questo il resto del film m&#8217;è sembrato uno trascicamento di dramma familiare, di parenti che si cercano dopo il fattaccio e nel frattempo &#8211; specie la madre Naomi Watts &#8211; attirano una tale quantità di sfiga che uno non ci crederebbe (specie se vengono dopo uno tsunami che per poco non t&#8217;ammazza e t&#8217;ha diviso da mezza famiglia tua).</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://jeffreyklyles.files.wordpress.com/2013/02/hot-jessica-chastain-in-mama.jpg?w=775" alt="" width="775" height="420" />Più interessante invece <em>La madre</em>. Che poi sarebbe di quei film che il sottoscritto non dovrebbe toccare neanche con un bastone di dieci metri visto che l&#8217;horror a me mi mette la tachicardia. E infatti mi sono cagato sotto in un modo che neanche ve lo sto a raccontare. A volte cercavo pure di ricorrere al consueto escamotage di volgere lo sguardo, ma questo veniva quasi sempre fregato dal suo complementare, da quel topico desiderio di continuare a sbirciare anche se ci hai i sudori freddi lungo la schiena.</p>
<p>D&#8217;altronde le produzioni di Del Toro sono spesso di qualità (ancora mi ricordo i brividi per <em>La spina del diavolo</em>). Qui la madre del titolo era realizzata con indiscutibile perizia, espressione di una personalità avvizzita nel suo amore folle; ma il film dimostra coraggio e personalità anche nel modo in cui gestisce la storia e soprattutto la sua risoluzione.</p>
<p>E possiamo forse dimenticarci di Jessica Chastain, in un ruolo stavolta assai diverso da quelli cui ci ha abituati e con un look punk rock che mi ha ricordato un sacco <a href="http://userserve-ak.last.fm/serve/_/2814474/The+Distillers.jpg" target="_blank">Brody Dalle</a>? No, non si può.</p>
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		<title>La ragazza dai capelli strani (Girl with the Curious Hair, David Foster Wallace, 1989)</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Mar 2013 22:33:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>noodles</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Avevo letto altre due raccolte di Wallace (Oblio e Brevi interviste a uomini schifosi) ma questa è la prima opera narrativa che riesce a convincermi al pari dei suoi fulminanti saggi. Il postmodernismo di alcuni racconti mi ha lasciato con &#8230;<p class="read-more"><a href="http://www.noodlesjournal.com/2013/03/12/la-ragazza-dai-capelli-strani-girl-with-the-curious-hair-david-foster-wallace-1989/">Read more &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://fb1.anobii.com/anobii3Resource/public/image/edition/4418616/medium" alt="" width="79" height="109" />Avevo letto altre due raccolte di Wallace (<em>Oblio</em> e <em>Brevi interviste a uomini schifosi</em>) ma questa è la prima opera narrativa che riesce a convincermi al pari dei suoi fulminanti saggi. Il postmodernismo di alcuni racconti mi ha lasciato con una serie di punti interrogativi a fine lettura più di una volta, ma per la prima volta mi sono goduto a pieno la scrittura, i personaggi. Forse qui, alle prime prove, Wallace era un po&#8217; più fresco, meno capzioso, meno depresso sintatticamente.</p>
<p style="text-align: justify;">A parte <em>Per fortuna il funzionario commerciale sapeva fare il massaggio cardiaco </em>e soprattutto <em>John Billy</em> di cui avevo letto parecchie recensioni &#8220;a disagio&#8221;: al principio mi dicevo ma perché tante critiche contro questo racconto così chiaro&#8230; poi dopo una quindicina di pagine non ci ho proprio capito più un cazzo. Certo, altri racconti pure ti lasciano così, al mezzo, con la pagina aperta e il punto dove ti saresti aspettato per lo meno altri dieci paragrafi (o altre dieci pagine), ma lo sappiamo che Wallace ci lascia spesso sul più bello. O <em>Da una parte e dall&#8217;altra</em> che è davvero splendido ma si conclude senza concludersi partendo per una tangente del tutto estranea che ti verrebbe da mangiarti il libro. Ma la verità è che questa raccolta m&#8217;è proprio piaciuta, mi son goduto le parole e la sintassi, le trovate e i personaggi (molto meno bidimensionali del solito).</p>
<p style="text-align: justify;">Meglio così, visto che in libreria ho già <em>La scopa del sistema</em> e soprattutto quel tomo giallo e viola con le nuvole sulla copertina che pesa quanto il mio gatto.</p>
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		<title>Il lato positivo &#8211; Silver Linings Playbook (Silver Linings Playbook, David O. Russell, 2012)</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Mar 2013 17:58:11 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[sala]]></category>

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		<description><![CDATA[Due personalità al limite, un uomo e una donna con disturbi psicologici, con un passato (e amanti) che non riescono a dimenticare. Il loro incontro, un progetto in comune nato da un puro esperimento di aiuto vicendevole e che forse &#8230;<p class="read-more"><a href="http://www.noodlesjournal.com/2013/03/12/il-lato-positivo-silver-linings-playbook-silver-linings-playbook-david-o-russell-2012/">Read more &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter" src="http://latino-review.com/wp-content/uploads/2012/11/silver_linings_playbook-bw.jpg" alt="" width="870" height="331" />Due personalità al limite, un uomo e una donna con disturbi psicologici, con un passato (e amanti) che non riescono a dimenticare. Il loro incontro, un progetto in comune nato da un puro esperimento di aiuto vicendevole e che forse si trasforma in altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>David O. Russell</strong> adatta il libro di Matthew Quick,<strong> &#8220;L&#8217;orlo argenteo delle nuvole&#8221;</strong> irrobustendone la trama con schegge di vita personale (il regista ha un figlio bipolare), affidandosi a due protagonisti in stato di grazia, che ripagano la fiducia illuminando il film coi loro personaggi. La scelta di <strong>Bradley Cooper</strong>, in particolare, si rivela una scommessa vinta: da simpatica faccia da schiaffi in commedia, rivela qui un registro interpretativo assai variegato; nel caso di <strong>Jennifer </strong><strong>Lawrence</strong>, <strong>&#8220;Il lato positivo&#8221;</strong> la conferma definitivamente &#8211; con tanto di Oscar &#8211; una degli istrioni di lusso della sua generazione.<br />
<strong><br />
Russel</strong>l incolla la macchina da presa ai personaggi, rinunciando spesso al quadro perfetto senza per questo disperdersi nel caos: una precisa sineddoche della personalità di <strong>Pat</strong>, della sua condizione (e contraddizione) altalenante tra un&#8217;incontenibile voglia di vivere e di recuperare il tempo e le persone perdute e il peso del bipolarismo. Avvolto spesso in una busta della spazzatura, denuncia la volontà di isolarsi, di non farsi colpire dalle delusioni, di impedire al mondo esterno di svelargli la natura illusoria dei suoi progetti di ricomposizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche per questo, buona parte del film è ambientata in interni, riflesso di volta in volta del nido dei protagonisti, del ritorno all&#8217;origine, dello sbocciare di un rapporto tra le pareti di un locale, ma anche luogo rituale di una riuscita e calda rappresentazione della famiglia &#8211; anche <strong>The Fighter</strong> era un film sulla famiglia, su fratelli con problemi psicologici e fisici &#8211; che vede tra l&#8217;altro il ritorno di un <strong>Robert </strong><strong>De Niro</strong> in formissima nei panni del padre di Pat. L&#8217;alchimia tra i due protagonisti fa il resto.<br />
Per questo anche lo scivolare del film verso territori più tradizionali e vicini alla commedia romantica non ne annulla la sincera e palpitante forza realistica retta soprattutto su due personaggi che riescono a smarcarsi.</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.loudvision.it/cinema-film-anteprima--1513.html" target="_blank">pubblicato su Loudvision</a></p>
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		<title>David Copperfield by Charles Dickens: impressioni sparse senza pretesa di esaustività</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Mar 2013 21:00:12 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[libri]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ho tenuto un mese sul comò e alla fine cominciavo un po&#8217; a essere irrequieto, nonostante apprezzassi in singolo le scene di Dickens. Chissà forse è solo un fatto personale, che a un certo punto non reggo più i libri &#8230;<p class="read-more"><a href="http://www.noodlesjournal.com/2013/03/05/david-copperfield-by-charles-dickens-impressioni-sparse-senza-pretesa-di-esaustivita/">Read more &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://image.anobii.com/anobi/image_book.php?type=3&amp;item_id=019d80cd36a62a05c8&amp;time=0" alt="" width="104" height="168" />L&#8217;ho tenuto un mese sul comò e alla fine cominciavo un po&#8217; a essere irrequieto, nonostante apprezzassi in singolo le scene di Dickens. Chissà forse è solo un fatto personale, che a un certo punto non reggo più i libri lunghi (bell&#8217;affare visto che ho in attesa <em>Infinite Jest</em> e <em>Le benevoli</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ho letto durante l&#8217;inverno (dalla fine di dicembre alla fine di gennaio): è un libro che richiede il freddo, magari anche il camino se uno ce l&#8217;ha. rende meglio con l&#8217;inverno, il clima freddo.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è un modo di analizzare David Copperfield alla fine della lettura, ed è quello di indagarne l&#8217;intreccio e la sua evoluzione. Sarebbe sbagliato. I romanzi di Dickens non devono la loro forza al concatenamento né alla prosa se è per questo.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni personaggi sono insopportabili, specialmente i love interest del protagonista. Una come Dora, per dire, è uno stereotipo indigesto fatto e cresciuto, incapace di sorgere dalle pagine (dovuto anche a un&#8217;incapacità cronica di Dickens di raccontare l&#8217;amore: le donne che David ama lo sappiamo che le ama perché lui dice che è così, ma non lo sentiamo mai davvero e per tutto il tempo restiamo dubitosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutt&#8217;altra penna Dickens rivela nel tratteggiare molti personaggi di contorno, le sue migliori statuine. Siano essi trafficoni, infidi lusinghieri, amici di scuola e amici di vita di David, sono il meglio del meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma tornando alle donne. A Dickens non riesce di tratteggiarle nel ruolo di giovinette e peggio ancora giovinette innamorate o donne sposate/fidanzate. L&#8217;elemento amoroso le attacca peggio della peste. Quando invece le donne sono prive della traccia sentimentale, delle svenevolezze dell&#8217;amore, ecco che Dickens torna potente come per tutti gli altri personaggi. Il personaggio della zia, da questo punto di vista, è un gioiello, forse anche perché, per quanto paradossale, si tratta di donne che hanno un&#8217;autorità mascolina, in negativo (Jane Murdstone, che insieme al fratello, assorbe tutta la perfidia del Dickens d&#8217;appendice, tutto il furore di disgrazie del suo gusto popolare) o in un positivo meravigliosamente chiaroscurale (la zia Betsey).</p>
<p style="text-align: justify;">Su anobii non riuscivo a decidermi sulle stellette da assegnargli. Era qualcosa che viaggiava tra le tre (che sembravano poche) e le quattro che però non tenevano conto di una certa esasperazione da lunghezza che ho provato lungo tutta la lettura. Dubbi amletici in corpore dickensiano&#8230;</p>
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		<title>The Sessions &#8211; Gli Incontri (The Sessions, Ben Lewin, 2012)</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Feb 2013 14:48:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A trent&#8217;otto anni, e da trenta imprigionato in un un polmone polmone d&#8217;acciaio quasi tutto il giorno, a causa delle conseguenze di una poliomielite, il giornalista e poeta Mark O&#8217;Brien sente il bisogno di avere dei rapporti sessuali. Così contatta &#8230;<p class="read-more"><a href="http://www.noodlesjournal.com/2013/02/23/the-sessions-gli-incontri-the-sessions-ben-lewin-2012/">Read more &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter" src="http://images.brisbanetimes.com.au/2012/09/07/3616214/TheSessionsAWVT-620x349.jpg" alt="" width="620" height="349" />A trent&#8217;otto anni, e da trenta imprigionato in un un polmone polmone d&#8217;acciaio quasi tutto il giorno, a causa delle conseguenze di una poliomielite, il giornalista e poeta Mark O&#8217;Brien sente il bisogno di avere dei rapporti sessuali. Così contatta una terapista specializzata, Cheryl Cohen Greene, che gli farà scoprire le gioie del corpo, anche se sarà difficile, per entrambi, tenere fuori i sentimenti da questo &#8220;rapporto&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<strong>The Sessions</strong>&#8221; parla di sessualità e infermità riuscendo a non risultare né patetico né ridicolo. Il merito, però, va soprattutto ai suoi coraggiosi interpreti, <strong>Helen Hunt</strong> (che si mostra nuda, in full frontal, quasi per tutto il film), e <strong>John Hawkes</strong>, cui però viene evitato programmaticamente il nudo totale in una rappresentazione visiva che ancora sconta un certo maschilismo dove è accettato lo &#8220;shock&#8221; di un corpo nudo femminile, ma non quello virile.</p>
<p style="text-align: justify;">La regia di <strong>Ben Lewin</strong> riesce a evitare quasi tutte le trappole dei film di questo genere, ma si appiattisce un po&#8217; troppo senza portare alcuna novità, affidandosi comodamente alla bravura degli interpreti. L&#8217;ingenuità (amorosa) di O&#8217;Brien deve più alla performance di Hawkes, fatta di toni e voce, di volto e occhi, che alla scrittura del personaggio che rivela qualche falla melensa, così come l&#8217;autoironia del protagonista non riesce sempre a diventare quella del film. Ma alla fine dei giochi, complici anche dei comprimari straordinari, &#8220;The Sessions&#8221; convince lo spettatore, quanto meno riuscendo a coprire abbastanza i suoi difetti.</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.loudvision.it/cinema-film-anteprima--1507.html" target="_blank">pubblicato su Loudvision</a></p>
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		<title>The Perks of Being a Wallflower (Stephen Chboski, 2012)</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Feb 2013 21:31:42 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Chboski ha tratto il film dal suo romanzo, un rischio micidiale, quanto meno di altezzosa egocentricità, specie considerando che la storia raccontata assomma un congruo numero di cliché sugli adolescenti e sui licei americani, sulle prime volte e sui nerd &#8230;<p class="read-more"><a href="http://www.noodlesjournal.com/2013/02/17/the-perks-of-being-a-wallflower-stephen-chboski-2012/">Read more &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.noodlesjournal.com/wp-content/uploads/the-perks-of-being-a-wallflower-6-1-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-5056" title="the-perks-of-being-a-wallflower-6-1-2" src="http://www.noodlesjournal.com/wp-content/uploads/the-perks-of-being-a-wallflower-6-1-2.jpg" alt="" width="605" height="247" /></a>Chboski ha tratto il film dal suo romanzo, un rischio micidiale, quanto meno di altezzosa egocentricità, specie considerando che la storia raccontata assomma un congruo numero di cliché sugli adolescenti e sui licei americani, sulle prime volte e sui nerd che faticano a inserirsi, sugli incroci amorosi finiti male e via dicendo. Tutti difettucci innegabili che son lì a lampeggiare durante lo scorrere dei minuti e che non voglio neanche mettermi a contestare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è, però, che i film, per fortuna!, sono sempre molto più che un elenco (e una somma) di pregi e difetti e, fermo rimando che <em>The Perks of Being a Wallflower </em>non sarà certo elencato tra i capolavori di quest&#8217;arte, tuttavia riesce comunque a parlare con la sua voce, magari sussurando, magari biascicando da sotto la montagna di quei piccoli cliché. Chboski rivela per esempio un&#8217;ottima capacità cinematografica nel far affiorare, poco alla volta, il dramma che si cela dietro la nevrosi del protagonista e nel gestire con abilità anche i personaggi di contorno (l&#8217;insegnante interpretato da Paul Rudd, la studentessa di Mae Whitman), anche se è chiaro che il grosso del lavoro lo fa il terzetto d&#8217;attori principali: Logan Lerman, Emma Watson ed Ezra Miller.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi c&#8217;è la questione personale, e a me <em>The Perks of Being a Wallflower</em> è piaciuto sin dai primi minuti, è riuscito a farmi scivolare nella storia e nei personaggi immediatamente, senza neanche i minuti d&#8217;assestamento iniziali.</p>
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		<title>Bar Sport (Stefano Benni, 1976)</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Feb 2013 22:03:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Per essere un classico dell’umorismo, direi che Bar Sport è invecchiato male come minimo. Anzi, no, perché non è l’anacronismo il suo problema ma principalmente il fatto che non fa ridere. L’ho finito (in un giorno) solo perché è davvero &#8230;<p class="read-more"><a href="http://www.noodlesjournal.com/2013/02/05/bar-sport-stefano-benni-1976/">Read more &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://image.anobii.com/anobi/image_book.php?type=3&amp;item_id=01e08167ed62f8b150&amp;time=1276760984" alt="" width="108" height="168" />Per essere un classico dell’umorismo, direi che <em>Bar Sport </em>è invecchiato male come minimo. Anzi, no, perché non è l’anacronismo il suo problema ma principalmente il fatto che non fa ridere. L’ho finito (in un giorno) solo perché è davvero breve, altrimenti desistevo. Avrò contato sì e no cinque sorrisi mentre leggevo, e tutti concentrati nelle prime trenta pagine. Dalla seconda metà inoltrata, lo ammetto, ho saltato pure qualche riga, ed è una cosa che non faccio mai, e se sono ricorso a uno dei diritti più estremi del lettore vuol dire davvero che avevo perso qualsiasi interesse per il libro e, capito l’andazzo, non speravo più nella riconciliazione. Il massimo che è riuscito a sollevarmi sono state le sopracciglia, entrambe, tutte e due insieme. I motivi sono svariati: le figurine di Benni sono degli stereotipi talmente consunti da sbiadire tra le righe e la scrittura, che certo non manca di belle trovate, è sempre affossata da una ricerca sfiancante dell’effetto comico (quasi mai imbeccato), che si trasforma in una ridicola esasperazione fine a se stessa al punto da rendere indigesta la lettura. Riesce ad essere al contempo assurdo e scontato, un primato. Dovrebbe essere grottesco sociologico ma resta tutto in superficie, in una superficie assai superficiale.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è di buono che non ho ancora perso la fiducia in Benni. Ho altri suoi libri da leggere (2), spero siano di tutt’altra pasta.</p>
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		<title>Looper &#8211; In fuga dal passato (Looper, Rian Johnson, 2012)</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Feb 2013 17:21:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel 2074 i viaggi nel tempo sono una realtà, ma anche dichiarati subito illegali. Questo non impedisce alla malavita di usarli comunque, per spedire nel passato persone di cui voglia sbarazzarsi: nel futuro ogni corpo può essere rintracciato grazie a &#8230;<p class="read-more"><a href="http://www.noodlesjournal.com/2013/02/02/looper-in-fuga-dal-passato-looper-rian-johnson-2012/">Read more &#187;</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter" src="http://www.geekscape.net/_wp_/wp-content/uploads/2012/09/Looper-650x341.png" alt="" width="650" height="341" />Nel 2074 i viaggi nel tempo sono una realtà, ma anche dichiarati subito illegali. Questo non impedisce alla malavita di usarli comunque, per spedire nel passato persone di cui voglia sbarazzarsi: nel futuro ogni corpo può essere rintracciato grazie a una speciale tecnologia; il passato diventa allora l&#8217;unica scelta per liberarsi di una &#8220;prova&#8221; scottante. Qui entrano in gioco i <em>looper</em>, assassini addestrati a uccidere e far sparire i cadaveri, in un contratto che alla fine prevede l&#8217;uccisione dei loro stessi inviati dal futuro a chiudere il cerchio, il <em>loop</em> appunto. Ma che succede se il tuo te stesso del 2074 non ci pensa affatto a farsi ammazzare?</p>
<p style="text-align: justify;">A una prima parte più dinamica, necessaria a presentare un 2044 molto vicino al nostro mondo, debitore delle atmosfere di Philip Dick, ne segue un&#8217;altra che sceglie la riflessione a scapito dell&#8217;azione, pur mantenendo sempre un ottimo ritmo. ll confronto tra Levitt e Willis, due facce di una sola persona, offre al film la possibilità di cambiare pelle di continuo, soprattutto con l&#8217;introduzione del personaggio di Emily Blunt che, ben lungi dall&#8217;essere la semplice &#8220;nota sentimentale&#8221;, rappresenta il punto in cui convergono tutti i fili precedentemente aperti e al contempo anche una fondamentale svolta narrativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non tutto funziona alla perfezione, in <strong>&#8220;Looper&#8221;</strong>: le logiche dei viaggi nel tempo vengono piegate a una visione più originale in cui comunque permangono dei buchi. Tuttavia Rian Johnson riesce comunque ad amalgamare i molteplici spunti derivativi (il film è una vera spugna da questo punto di vista), riuscendo infine a dare anche una rappresentazione ambigua e inquieta dell&#8217;infanzia e tenendo alta la tensione attraverso una serie incredibile di plot twist: l&#8217;intreccio sbanda volutamente più volte generando un&#8217;adrenalinica sensazione di spaesamento che contribuisce a costruire l&#8217;atmosfera &#8220;altra&#8221; di questo futuro distopico partendo però dai personaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Mai monolitici, i protagonisti devono confrontarsi con scelte che riproducono ripercussioni apocalittiche, nel più puro stile sci-fi, ma la carta vicente di Johnson è sviluppare con coerenza, un passo alla volta, le azioni e le motivazioni (variabili) che li spingono; aspetti che reggono meglio rispetto alla coerenza dei paradossi temporali. Il risultato finale comunque appassiona sino all&#8217;ultimo e tiene incollati alla sedia.</p>
<p><a href="http://www.loudvision.it/cinema-film-looper-in-fuga-dal-passato--1496.html" target="_blank">pubblicato su Loudvision</a></p>
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