Category Archives: sala

Nella casa (Dans La Maison, François Ozon, 2012)

Dopo “Swimming Pool” François Ozon torna a interessarsi al processo creativo e al rapporto tra realtà e invenzione, ponendo stavolta l’accento non tanto sullo scrittore, quanto sul lettore e spettatore, per mutare i piani narrativi e interpretativi riassegnando, nel corso del film, i ruoli dei personaggi. Ruoli soprattutto semiotici che ridefiniscono di volta in volta anche il genere (cinematografico) di riferimento.

“Nella casa” si configura inizialmente come una riscrittura del professore-pigmalione, Germain, alle prese con lo sforzo maieutico di portare alla luce le buone capacità creative di un suo studente, Claude, consigliandogli libri e soprattutto leggendone e correggendone compiti che si configurano ben presto come episodi di un romanzo sospeso tra realtà e invenzione, che ha al suo centro un altro alunno della classe e la sua famiglia.

Non sappiamo niente di Claude, vediamo la sua famiglia (il padre invalido) solo nelle sequenze finali, tutto ciò che dice di sé potrebbe essere invenzione. Ciò conferma che sin dall’inizio è lui il narratore e l’autore, è lui che dirige e controlla la curiosità del professore, anche se Germain ancora non lo sa. Ma Claude è soprattutto un narratore inattendibile, gioca come col gatto e il topo col suo lettore speciale e ben presto il professore si ritrova a vestire i panni del re di Persia quando pensava di essere Sheherazade – non a caso il suo unico caso di prova narrativa non era andata bene. Crollo delle certezze del prof che è anche un po’ snob, critica all’intellettuale. Read more »

Grandi e splendide dive in situazioni pericolose

 

Ho recuperato The Impossible e La madre in questi giorni. Il primo lo liquiderei abbastanza in fretta, perché tolta la sequenza dell’arrivo dello tsunami, violentissima e claustrofobica, girata in un modo da travolgere letteralmente lo spettatore tra le onde, ecco tolto questo il resto del film m’è sembrato uno trascicamento di dramma familiare, di parenti che si cercano dopo il fattaccio e nel frattempo – specie la madre Naomi Watts – attirano una tale quantità di sfiga che uno non ci crederebbe (specie se vengono dopo uno tsunami che per poco non t’ammazza e t’ha diviso da mezza famiglia tua).

Più interessante invece La madre. Che poi sarebbe di quei film che il sottoscritto non dovrebbe toccare neanche con un bastone di dieci metri visto che l’horror a me mi mette la tachicardia. E infatti mi sono cagato sotto in un modo che neanche ve lo sto a raccontare. A volte cercavo pure di ricorrere al consueto escamotage di volgere lo sguardo, ma questo veniva quasi sempre fregato dal suo complementare, da quel topico desiderio di continuare a sbirciare anche se ci hai i sudori freddi lungo la schiena.

D’altronde le produzioni di Del Toro sono spesso di qualità (ancora mi ricordo i brividi per La spina del diavolo). Qui la madre del titolo era realizzata con indiscutibile perizia, espressione di una personalità avvizzita nel suo amore folle; ma il film dimostra coraggio e personalità anche nel modo in cui gestisce la storia e soprattutto la sua risoluzione.

E possiamo forse dimenticarci di Jessica Chastain, in un ruolo stavolta assai diverso da quelli cui ci ha abituati e con un look punk rock che mi ha ricordato un sacco Brody Dalle? No, non si può.

Il lato positivo – Silver Linings Playbook (Silver Linings Playbook, David O. Russell, 2012)

Due personalità al limite, un uomo e una donna con disturbi psicologici, con un passato (e amanti) che non riescono a dimenticare. Il loro incontro, un progetto in comune nato da un puro esperimento di aiuto vicendevole e che forse si trasforma in altro.

David O. Russell adatta il libro di Matthew Quick, “L’orlo argenteo delle nuvole” irrobustendone la trama con schegge di vita personale (il regista ha un figlio bipolare), affidandosi a due protagonisti in stato di grazia, che ripagano la fiducia illuminando il film coi loro personaggi. La scelta di Bradley Cooper, in particolare, si rivela una scommessa vinta: da simpatica faccia da schiaffi in commedia, rivela qui un registro interpretativo assai variegato; nel caso di Jennifer Lawrence, “Il lato positivo” la conferma definitivamente – con tanto di Oscar – una degli istrioni di lusso della sua generazione.

Russel
l incolla la macchina da presa ai personaggi, rinunciando spesso al quadro perfetto senza per questo disperdersi nel caos: una precisa sineddoche della personalità di Pat, della sua condizione (e contraddizione) altalenante tra un’incontenibile voglia di vivere e di recuperare il tempo e le persone perdute e il peso del bipolarismo. Avvolto spesso in una busta della spazzatura, denuncia la volontà di isolarsi, di non farsi colpire dalle delusioni, di impedire al mondo esterno di svelargli la natura illusoria dei suoi progetti di ricomposizione.

Anche per questo, buona parte del film è ambientata in interni, riflesso di volta in volta del nido dei protagonisti, del ritorno all’origine, dello sbocciare di un rapporto tra le pareti di un locale, ma anche luogo rituale di una riuscita e calda rappresentazione della famiglia – anche The Fighter era un film sulla famiglia, su fratelli con problemi psicologici e fisici – che vede tra l’altro il ritorno di un Robert De Niro in formissima nei panni del padre di Pat. L’alchimia tra i due protagonisti fa il resto.
Per questo anche lo scivolare del film verso territori più tradizionali e vicini alla commedia romantica non ne annulla la sincera e palpitante forza realistica retta soprattutto su due personaggi che riescono a smarcarsi.

pubblicato su Loudvision

The Sessions – Gli Incontri (The Sessions, Ben Lewin, 2012)

A trent’otto anni, e da trenta imprigionato in un un polmone polmone d’acciaio quasi tutto il giorno, a causa delle conseguenze di una poliomielite, il giornalista e poeta Mark O’Brien sente il bisogno di avere dei rapporti sessuali. Così contatta una terapista specializzata, Cheryl Cohen Greene, che gli farà scoprire le gioie del corpo, anche se sarà difficile, per entrambi, tenere fuori i sentimenti da questo “rapporto”.

The Sessions” parla di sessualità e infermità riuscendo a non risultare né patetico né ridicolo. Il merito, però, va soprattutto ai suoi coraggiosi interpreti, Helen Hunt (che si mostra nuda, in full frontal, quasi per tutto il film), e John Hawkes, cui però viene evitato programmaticamente il nudo totale in una rappresentazione visiva che ancora sconta un certo maschilismo dove è accettato lo “shock” di un corpo nudo femminile, ma non quello virile.

La regia di Ben Lewin riesce a evitare quasi tutte le trappole dei film di questo genere, ma si appiattisce un po’ troppo senza portare alcuna novità, affidandosi comodamente alla bravura degli interpreti. L’ingenuità (amorosa) di O’Brien deve più alla performance di Hawkes, fatta di toni e voce, di volto e occhi, che alla scrittura del personaggio che rivela qualche falla melensa, così come l’autoironia del protagonista non riesce sempre a diventare quella del film. Ma alla fine dei giochi, complici anche dei comprimari straordinari, “The Sessions” convince lo spettatore, quanto meno riuscendo a coprire abbastanza i suoi difetti.

pubblicato su Loudvision

The Perks of Being a Wallflower (Stephen Chboski, 2012)

Chboski ha tratto il film dal suo romanzo, un rischio micidiale, quanto meno di altezzosa egocentricità, specie considerando che la storia raccontata assomma un congruo numero di cliché sugli adolescenti e sui licei americani, sulle prime volte e sui nerd che faticano a inserirsi, sugli incroci amorosi finiti male e via dicendo. Tutti difettucci innegabili che son lì a lampeggiare durante lo scorrere dei minuti e che non voglio neanche mettermi a contestare.

Il fatto è, però, che i film, per fortuna!, sono sempre molto più che un elenco (e una somma) di pregi e difetti e, fermo rimando che The Perks of Being a Wallflower non sarà certo elencato tra i capolavori di quest’arte, tuttavia riesce comunque a parlare con la sua voce, magari sussurando, magari biascicando da sotto la montagna di quei piccoli cliché. Chboski rivela per esempio un’ottima capacità cinematografica nel far affiorare, poco alla volta, il dramma che si cela dietro la nevrosi del protagonista e nel gestire con abilità anche i personaggi di contorno (l’insegnante interpretato da Paul Rudd, la studentessa di Mae Whitman), anche se è chiaro che il grosso del lavoro lo fa il terzetto d’attori principali: Logan Lerman, Emma Watson ed Ezra Miller.

Poi c’è la questione personale, e a me The Perks of Being a Wallflower è piaciuto sin dai primi minuti, è riuscito a farmi scivolare nella storia e nei personaggi immediatamente, senza neanche i minuti d’assestamento iniziali.

Looper – In fuga dal passato (Looper, Rian Johnson, 2012)

Nel 2074 i viaggi nel tempo sono una realtà, ma anche dichiarati subito illegali. Questo non impedisce alla malavita di usarli comunque, per spedire nel passato persone di cui voglia sbarazzarsi: nel futuro ogni corpo può essere rintracciato grazie a una speciale tecnologia; il passato diventa allora l’unica scelta per liberarsi di una “prova” scottante. Qui entrano in gioco i looper, assassini addestrati a uccidere e far sparire i cadaveri, in un contratto che alla fine prevede l’uccisione dei loro stessi inviati dal futuro a chiudere il cerchio, il loop appunto. Ma che succede se il tuo te stesso del 2074 non ci pensa affatto a farsi ammazzare?

A una prima parte più dinamica, necessaria a presentare un 2044 molto vicino al nostro mondo, debitore delle atmosfere di Philip Dick, ne segue un’altra che sceglie la riflessione a scapito dell’azione, pur mantenendo sempre un ottimo ritmo. ll confronto tra Levitt e Willis, due facce di una sola persona, offre al film la possibilità di cambiare pelle di continuo, soprattutto con l’introduzione del personaggio di Emily Blunt che, ben lungi dall’essere la semplice “nota sentimentale”, rappresenta il punto in cui convergono tutti i fili precedentemente aperti e al contempo anche una fondamentale svolta narrativa.

Non tutto funziona alla perfezione, in “Looper”: le logiche dei viaggi nel tempo vengono piegate a una visione più originale in cui comunque permangono dei buchi. Tuttavia Rian Johnson riesce comunque ad amalgamare i molteplici spunti derivativi (il film è una vera spugna da questo punto di vista), riuscendo infine a dare anche una rappresentazione ambigua e inquieta dell’infanzia e tenendo alta la tensione attraverso una serie incredibile di plot twist: l’intreccio sbanda volutamente più volte generando un’adrenalinica sensazione di spaesamento che contribuisce a costruire l’atmosfera “altra” di questo futuro distopico partendo però dai personaggi.

Mai monolitici, i protagonisti devono confrontarsi con scelte che riproducono ripercussioni apocalittiche, nel più puro stile sci-fi, ma la carta vicente di Johnson è sviluppare con coerenza, un passo alla volta, le azioni e le motivazioni (variabili) che li spingono; aspetti che reggono meglio rispetto alla coerenza dei paradossi temporali. Il risultato finale comunque appassiona sino all’ultimo e tiene incollati alla sedia.

pubblicato su Loudvision

Django Unchained (Quentin Tarantino, 2012)

Al di là del titolo eponimo – e delle logiche che reggono le candidature dell’Academy – il vero protagonista celato di “Django Unchained” è il Doctor King Schultz, alias Christoph Waltz, un tedesco cacciatore di taglie per conto del governo americano. Soprattutto da un punto di vista concettuale: Schultz è il fantasma dell’Europa che obbliga Django/Tarantino a ri-guardare sotto un nuovo aspetto la propria storia e – soprattutto – il proprio cinema e il modo in cui il cinema racconta una determinata storia (e Storia). È un bagno oggettivo in una cultura differente (Wagner, Gunther e Brunilda) per guardare la propria secondo nuove prospettive.

È per questo che il concetto di omaggio allo spaghetti western sta stretto a “Django Unchained”, nonostante sia evidente che i proiettili di Tarantino portino incisi i nomi dei padri di quel genere. Ma i suoi film sono sempre molto di più (e molto altro) rispetto alla somma dei suoi referenti. Ciò che ammiriamo nella sua filmografia è la digestione personale di una miriade di spunti che approdano poi a una torta che può ricordare nel retrogusto le fonti, ma che in realtà ha tutt’altro sapore. Anche perché si compone di spezie che arrivano da altre galassie che possono essere lo “Spartacus” kubrickiano (l’incipit del film tra le rocce accecanti cotte dal sole) o colonne sonore di war-movie: in fondo se l’epopea bellica precedente era commentata da musiche di western spaghetti, perché allora il suo omaggio diretto al genere non può essere sottolineato dal tema di “Sotto tiro“? Read more »

Due per una

Cercasi amore per la fine del mondo (Seeking a friend for the end of the world, Lorene Scafaria, 2012)
Come al solito il titolo italiano cerca di infilare la parole amore ovunque, anche a sproposito, quando nella storia della Scafaria, è l’amicizia il sentimento principe – e come cita anche il titolo originale. Film interessante che fonde l’elemento catastrofico – usato però secondo le coordinate tracciate dal von Trier di Melancholia – con la commedia sentimentale agrodolce, affiancando due caratteri – e due attori e due stili di recitazione – opposti. Da un lato un comedian come Carrell asciugato di ogni eccesso comico per raffigurare la grigia solitudine di un uomo medio e dall’altro la recitazione più effervescente (anche troppo a dire il vero) della Knightley. Non tutto funziona perfettamente, a cominciare dalla chimica tra i due, ma anche con le sue mancanze, è un film che con lo scorrere dei minuti e l’accumularsi di comparsate di attori noti, genera una certa simpatia. Anche se a titoli di coda scorsi, non resta molto nella memoria.

Re della terra selvaggia (Beasts of the Southern Wild, Ben Zeitlin, 2012)
Piccolo film costato poco (in senso relativo, son sempre quasi due milioni, di dollari), con uno sguardo sospeso tra documentario e lirismo, adorato in tutto il mondo, ha fatto incetta di premi ed è candidato pure a 4 Oscar (incluso miglior film). Non per fare quello scocciante, ma mi sembra che i critici abbiano caricato un po’ troppo un film in realtà più modesto, che tenta la carta delle riprese malickiane con commento poetico e non gli va sempre bene. Senza eccedere nell’eccesso opposto, nel tentativo di smontare il clamore che gli è sorto intorno (qualità ce le ha – le nevi e i ghiacciai che si spaccano, una comunità che vive in un bayou sospeso tra reale e fiabesco, gli aurochs – gliele hanno gonfiate un po’; e non gli si perdona un certo sentimentalismo ricattatorio, eh sì l’ho visto, lì in agguato hai voglia a nasconderlo). Ma Beasts of the southern wild ha pure una fiamma piccola ma luminosissima, Quvenzhané Wallis, che all’epoca delle riprese aveva appena 5 anni, e si fatica a crederlo visto che con la sua bravura da istrione regge mezzo film.

La migliore offerta (Giuseppe Tornatore, 2013)

Avevo qualche pregiudizio nei confronti del ritorno in sala di Tornatore generato dai deludenti risultati delle ultime opere. La migliore offerta non è esente da difetti, ma conferma una certa idea che m’ero fatto, e cioè che queste piccole opere apolidi si rivelano quelle più ambiziose e personali, quelle in cui il regista può scrollarsi di dosso l’immagine a volte costringente (Malèna, Baària) che gli cuce addosso una certa critica e di cui Tornatore finisce succube, per costruire mondi e personaggi che offrono maggiore possibilità identificazione proprio nel momento in cui è più disciolta la loro connotazione geografica.

E il mio gradimento dipende non poco dal fatto che La migliore offerta si avvicina molto a quello che considero da sempre il miglior titolo del regista, Una pura formalità. Anche qui il meccanismo narrativo (quasi) perfetto nasce dallo scheletro essiccato del giallo, stavolta quello classico su modello della Christie. Un giallo che non ha neanche bisogno dell’omicidio, ma solo dei vettori astratti del genere per ragionare di vero e falso, di arte e vita, all’interno di una claustrofobia dominata dall’assoluto protagonismo di un maniacale e perfetto Geoffrey Rush. Il suo personaggio vive in un tempo – i capelli tinti – e soprattutto in uno spazio congelato – i guanti – finché l’incontro con una donna, agorafobica, non smantella la sua vita dalle fondamenta, dirigendo i binari del film verso il noir, prima, e il giallo classico poi.

Si può discutere delle metafore troppo evidenti, di qualche dialogo troppo didascalico o dell’ingerenza eccessiva delle musiche (un problema, questo, quasi endemico per le composizioni di Morricone); sarebbe tempo perso: un’opera non è soltanto la somma delle sue parti; la realizzazione artistica rinnega l’addizione numerica e invoca sempre e soltanto le tracce misteriose che di sé lascia nello spettatore (o nel lettore). La migliore offerta ti riecheggia nella testa a giorni e giorni dalla visione (l’ho visto quasi una settimana fa): non è forse questo che cerchiamo in una sala oscura, che ci lasci qualcosa che sedimenti dentro di noi anche molto dopo che le luci si sono riaccese?

Un anno di cinema: classificone cinefilo 2012

1. Moonrise Kingdom di Wes Anderson
Wes Anderson non è tornato. È sempre stato lì, fedele a se stesso più di chiunque altro.

2. John Carter di Andrew Stanton

L’avventura che ti fa tornare bambino e risveglia il piacere di ascoltare una storia. Stanton viene dalla più grande fabbrica di sogni al momento e si vede anche quando gioca con attori in carne ed ossa.

3. Reality di Matteo Garrone

Il fantasma del realtà celato sotto gli pseudo riflettori dello show Read more »

Vita di Pi (Life of Pi, Ang Lee, 2012)

Sarei tentato di scrivere che dopo aver visto Vita di Pi m’è venuta voglia di possedere una tigre come Richard Parker, e chiudere qui la recensione, aggiungendo solo che mi sono pure sognato il mio gatto, Vincent, in versione più grossa e tigrata che dominava il giardino. (In effetti da quando son tornato dal cinema non faccio che osservare i miei felini alla ricerca delle similitudini). Ma poi mi dico che ormai già ci scrivo con rarità su questo blog, quando lo faccio che almeno ci metta un po’ di impegno. Anche perché mi sono preoccupato di vederlo ben due volte, questo film: alla prima sono andato al Warner allo spettacolo pomeridiano e ho scoperto che c’era solo la proiezione in 2D, ma mentre scorrevano le immagini era sempre più evidente i loro solido legame alla terza dimensione. E lo dice uno che non va matto per essa. Così oggi sono tornato, sempre al Warner, per lo spettacolo in 3D ed ho visto il film nella sua completezza. Ang Lee è riuscito a trasformare quello che ormai per molti è solo un mezzuccio per sfilarci più soldi in un elemento fondamentale per la realizzazione e per il compimento poetico del suo film.

Vita di Pi è una parabola sulla fede, un racconto mitico e simbolico, un’epopea personale, un romanzo di formazione e di ricerca. E mentre i minuti scorrono ci si rende conto che il concetto di fede è da intendersi nel suo significato più vasto: l’ambiguità del finale rivolta in un certo senso la storia che ci è stata raccontata (letteralmente) e all’interlocutore-spettatore è chiesto un atto di fede e una scelta. Ed è qui che la magnificenza delle immagini e dei colori, resi spettacolari dal 3D, si fondono con il concetto del meraviglioso narrativo, del racconto autobiografico che sfuma nell’invenzione o forse no. Il racconto di una salvezza è salvezza esso stesso, e non conta più cosa è vero e cosa falso, perché sono categorie ormai superate.

Le immagini create (perfetta la fusione tra riprese originali e CGA) da Ang Lee e dal direttore della fotografia Claudio Miranda (collaboratore di Fincher e autore delle atmosfere di Zodiac) evocano la presenza del divino nella natura, mettendo a contrasto l’infinitezza del mare e dell’orizzonte con la bianca scialuppa su cui vanno alla deriva Pi e Richard Parker, una tigre del bengala di duecento chili. Ed è proprio Richard Parker il centro gravitazionale del film, la sua bellezza e il suo mistero, uno sguardo in bilico tra istinto selvaggio e ipotetico raziocinio sentimentale. Da questo punto di vista la chiosa scelta dalla storia di questa improbabile amicizia è splendida e perfettamente coerente.

Una volta usciti dalla sala si ha la sensazione di aver visto qualcosa di diverso, che la tecnologia sia riuscita a trovare il punto di incontro con la poesia per dar vita a uno spettacolo strabiliante, che toglie il respiro, grazie a una regia che pur confinata per tre quarti del film su una scialuppa con due soli protagonisti e neanche della stessa specie riesce a raccontare a ogni inquadratura una vita, un mistero, una rivelazione.

Vita Di Pi necessita del 3D

Per una volta che volevo davvero vedere un film in 3D capito al Warner che con mia sorpresa ce l’aveva in 2D nel pomeriggio. Ero con mio cugino quindi siamo andati lo stesso, ma mi sarei fatto ridare i soldi, ancor prima di entrare. E all’uscita dalla sala ho avuto la conferma che se c’è un film da vedere in 3D questo è Vita di Pi, e lo dice uno che non smania per il 3D. Mi verrebbe voglia di tornarlo a vedere, perché è evidente che ogni inquadratura, intere sequenze (quelle marine ad esempio) sono fatte proprio per il nuovo formato.

Uno dei film dell’anno, senza dubbio.

E in più, m’è venuta voglia di avere una tigre.

Lawless (John Hillcoat, 2012)

Dopo l’esordio col western australiano “La Proposta” e la trasposizione da Cormac McCarthy riuscita a metà e che pure nello scenario ricordava una sorta di western apocalittico, John Hillcoat torna al cinema con una storia che si può intendere come un nuovo ibrido del più classico dei generi americani. Ambientato sul finire degli anni Venti, ispirato alla vera vicenda dei fratelli Bondurant, il film racconta il Proibizionismo in una contea rurale della Virginia e dello scontro tra tre fratelli produttori di alcol e l’agente Rekes, che più che far rispettare la legge sembra giunto per sostituirsi egli stesso alla criminalità con metodi efferati, segno di una malvagità deviata.

In questo senso, “Lawless” segue un po’ troppo il tracciato manicheo del cinema classico, dipingendo da un lato una famiglia che fa ricorso alla violenza suo malgrado e cerca di controllarla invece che istigarla, e dall’altro un presunto capo della giustizia le cui azioni dipendono da un sadismo deviato più che dalla volontà di far rispettare la legge. Ad accrescere il senso di inadeguatezza è proprio il personaggio interpretato da Guy Pearce sempre tirato a lustro, senza sopracciglia e in una caratterizzazione troppo sopra le righe che alla fine soffre di bidimensionalità.

Si potrebbe andava avanti, elencando i difetti del film ma si perderebbe solo tempo. “Lawless” non è il capolavoro che il cast (e anche il regista) poteva farci sperare, ma proprio in merito ai suoi interpreti riesce a portare a casa uno spettacolo non indifferente, che pur nei difetti tiene incollati allo schermo sino alla fine. Hillcoat sembra qui più un solido mestierante che un autore, la sua regia si vede poco, preferisce lasciare quasi tutto nelle mani dei suoi attori. Ma è fortunato, perché si trova davanti un cast di tutto rispetto, nella versione originale dominato dai silenzi, dalle poche parole con forte accento e i mugugni di un gigantesco Tom Hardy. Non gli è da meno Jason Clarke, anche più taciturno; insieme costituiscono una coppia perfetta da vecchi leoni coriacei. La scelta vincente della regia di Hillcoat è stata quella di sfruttare l’inferiorità istrionica di Shia LaBeouf rispetto a questi due mastini, convogliandola in parallelo al carattere dei loro personaggi: il più giovane della nidiata, meno austero e controllato (e anche meno coraggioso) che ambisce con tutte le sue forze ad emulare i fratelli, chiusi in una sorta di mitica cassaforte di invulnerabilità (uno reduce da una guerra, l’altro da una malattia mortale) come quelli maggiori.

Il resto lo fanno le donne, interpretate da Mia Wasikowa e Jessica Chastain, vale a dire due delle massime espressioni dell’istrionismo femminile contemporaneo, interpreti di personaggi forti nello spirito più che nel fisico, senza essere figurine di un femminismo che poco c’entrarebbe col luogo e il tempo analizzati dal film, ma che pure guardano in una tensione emulativa all’equilibrio degli opposti (indipendenza e fragilità femminile) che era stato della Feathers di Angie Dickinson in “Un Dollaro D’Onore” di Hawks.

La principale difficoltà del film è la sua incostanza nella scelta del tono, indeciso tra storia e mitologia, tra epica dei personaggi e loro smitizzazione, per cui i suoi picchi sono da associarsi principalmente (se non del tutto) al carisma del suo cast che riesce a coprire un tracciato traballante con la sola forza della loro presenza.

pubblicato su Loudvision

Skyfall (Sam Mendes, 2012)

Uno degli aspetti più interessanti del cinema americano degli ultimi anni sta nella riscrittura dei supereroi e più in generale delle figure mitico-pop dell’immaginario novecentesco. Dopo gli Spiderman, i Batman e i Superman è la volta di 007, alias James Bond, ricostruito secondo una canonica scansione ternaria (anche se passando per mani diverse, qui) che vede nel primo capitolo la rifondazione del mito attraverso un aspetto inusuale, consolidarlo nel secondo per poi raccontarne la “crisi” nell’ultimo. Certo, nel caso di Bond non è detto che finisca qua, ma vale comunque il discorso.

Skyfall“, in particolare, seppure rispetto agli altri due si avvicini molto più alla mitologia bondiana, e non ultimo alla chincagliera bellica di Q (Aston Martin con sedili eiettabili compresa) fino a una serie infinita di omaggi sparsi tra i dialoghi, le sequenze e ambientazioni, ci presenta un Bond acciaccato e stanco, la migliore spia di Sua Maestà che fatica pure a superare i test, un personaggio che, quasi letteralmente, deve morire e resuscitare prima di tornare in azione.

Niente di nuovo dal punto di vista narrativo, ma non è mai stato questo il problema dei film su 007, dove le trame non sono altro che mcguffin intorno a cui avvitare le evoluzioni del nostro. Sam Mendes, anziché ribellarsi, spinge ancor più il pedale interessandosi al mito di Bond più che al plot, accennando al contempo, nello splendido finale isolato, a una origin story che potrebbe aprire le porte ai prossimi episodi. Ma è sull’inquadratura e la gestione delle sequenze che Mendes mostra i muscoli, servendosi delle pennellate di luce di Roger Deakins: riducendo al minimo l’inverosimiglianza action (motivata dal fisico minato di Bond, ma anche al clima meno patinato dell’era Craig) consegna uno dei migliori film della serie e forse il migliore della nuova trilogia, umanizzando i personaggi, specie quelli di contorno, grazie anche alle interpretazioni di Ralph Fiennes e Judi Dench (M è la chiave di volta di “Skyfall“) e soprattutto offrendo a Javier Bardem l’ennesima occasione di mostrare la sua indiscussa bravura nel modellare dei villain insieme mostruosi e convincenti.

pubblicato su Loudvision

Le belve (Savages, Oliver Stone, 2012)

Le belve è un film che si guarda tutto sommato con interesse e partecipazione sino alla fine, a patto di superare i primi venti minuti che sono un concentrato del peggior kitsch alla Stone e della Lively che si accoppia con chiunque in multiple posizioni riuscendo ogni volta a restare vestita.

Dopo veniamo consegnati a una faida abbastanza confusa e non molto credibile, sorretta però da un certo ritmo, al netto di alcune lungaggini, servito da un trio di comprimari che farebbe brillare pure le pietre: dal killer baffuto di Del Toro, che a quanto pare ama sprofondare in questi figuri laidi e sfatti, alla rejna Salma Hayek, sino all’agente dell’FBI interpretato da un John Travolta che gioca (bene) a fare l’ambiguo e il codardo, segnandosi (con quel poco che appare) come uno dei motivi per cui vale la pena vedere questo film.

Sì perché il terzetto dei protagonisti che si contrappone a questi tre sono poco più che delle belle figurine (forse Taylor Kitsch – nomen omen per l’ultimo Stone – se la cava un po’ meglio) e la mistura di questo triangolo di open love tra rigurgiti di controcultura hippy e battute votate al più trito romantichese (la giustificazione della Lively al fatto di andare a letto con entrambi si traduce in un roba che neanche una ragazzina di quattordici anni: con uno faccio sesso e con l’altro l’amore) è insopportabile. Fortuna che la questione occupa giusto il primo quarto del film, che è anche la tranche in cui la Lively fa effettivamente qualcosa prima di essere parcheggiata per i restanti tre quarti. Poi magari c’è gente che la adora ed è tutta per lei, a me non fa né caldo né freddo. Come donna. Come attrice, poi non ne parliamo neanche: il suo voice over, già troppo presente, sconta anche la sostanziale caninità di un tono senza variazione.

C’è stato un tempo in cui Stone i film li sapeva fare, non è mai stato uno col piede leggero, è vero, ma se non altro agli inizi riusciva a mettere insieme il tutto con un certo gusto. E se il sequel di Wall Street, che ha preceduto due anni fa quest’ultimo lavoro, aveva mostrato qualche ritorno di sobrietà (pur in un film riuscito a metà) stavolta siamo tornati in pieno campo minato. La presenza di qualche inquadratura ricercata e soprattutto quel doppio finale che vorrebbe strizzare l’occhio alle costrizioni che Hollywood impone ai registi, sembrano confermare in realtà che Stone abbia proprio perso il contatto con la realtà e il cinema contemporanei, infilandosi in un cul de sac alla lunga risibile. E quindi, arrivati ai titoli di coda, ti accorgi che sì non ti sei annoiato e che più di una sequenza hai anche vissuto l’adrenalina dell’azione, ma si tratta di un piacere passeggero, una cosa che dimentichi dopo una mezz’ora.

p.s. Stavolta davvero ci vuole. Mi inalbero spesso per i trattamenti linguistici riservati alle edizioni italiane dei film, ma con Savages che ho visto in originale ho potuto notare che pure gli americani, spesso, commettono lo stesso peccato. Non saprei come spiegare altrimenti sequenze intere in cui personaggi ispanici parlano tra loro in americano. Ma con forte accento spagnolo, eh.