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C’era una volta in America: il ritorno di una cattedrale cinefila

Qualche giorno fa ho solo accennato al turbine di emozioni scaturito in sala, al The Space Cinema. Mi son preso qualche giorno per scriverne con maggiore impegno, mettendo un po’ d’ordine alle idee.

Dal 18 al 21 ottobre presso le sale della catena The Space Cinema in tutta Italia è tornato al cinema l’ultimo film di Sergio Leone, presentato per l’occasione in una nuova veste, con più di venti minuti di scene inedite, eliminate all’ultimo dal regista. E, regalo ancor più importante per i cinefili con qualche anno sulle spalle, ritorna col suo doppiaggio originale, quello scelto e supervisionato da Leone stesso nel 1983.

A questo punto mi permetto una leggera deviazione di percorso: siamo su un sito di cinema e il dovere impone di essere oggettivi, ma mi accollo comunque la responsabilità di aprire un piccolo squarcio autobiografico per due motivi precisi. Il primo, più personale: tutti abbiamo un’opera (che sia essa un film, un libro, una sinfonia, un quadro…) che ci definisce, che ne fa, più banalmente, la nostra preferita. Quando, sedici anni fa, ho fatto il mio incontro con questa sentimentale epopea gangsteristica, a metà film avevo già capito di avere di fronte il film della vita.
E questo ci riporta al secondo aspetto: nel caso di “C’era una volta in America” si è giustificati in un’analisi del genere schermandosi proprio dietro l’assunto del film, un’epica cinefila sul Novecento americano, simbolo del rapporto tra spettatore e racconto, tra realtà e inveramento della stessa all’interno di una costruzione narrativa. La copia restaurata del vecchio doppiaggio restituisce ai numerosi fan del film il loro ricordo cinefilo, ricucendo uno strappo violento che invocava una soluzione arrivata con qualche anno di ritardo (nove per la precisione).

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Un sogno nato sedici anni fa

Ieri. The Space Cinema, Napoli.

Forse si può dare solo una cronaca fredda di un evento che attendi da anni e anni, che è un po’ l’evento cinefilo tuo personale, lo scrigno che si apre e rivela intatta la sua bellezza. Senza contare l’emozione di ritrovare un vecchio amico, nella sua forma (doppiata) originale e ammirarlo per la prima volta, al massimo della sua potenza, nel luogo per cui è nato.

C’era una volta in America è il cinema, la sala. E nella sala trova il suo più assoluto compimento.

Sulle scene aggiunte: a parte quella di Deborah/Cleopatra, niente di indispensabile. Anzi, ho la sensazione che le integrazioni risultino ridondanti o a volte del tutto inutili (l’episodio con la Fletcher). Per non parlare dell’infima qualità.

Doppiaggio: su questo blog ne abbiamo scritto fino all’esaurimento. In effetti il doppiato originale mostra in alcuni punti dei deterioramenti evidenti (nelle prime battute faticavo a riconoscere la voce di Amendola), ma sempre meglio qualche minuto un po’ così che un intero film cambiato di voce e volto!

Fatto curioso: pensavo di tramutarmi in un fiume di lacrime ininterrotto, mentre invece ci son cascato solo tre volte, e me li aspettavo tutti e tre: Noodles che sbircia nella vetrina il Fat Moe desolato con le note di Childhood memories che partono, la morte di Dominic (Noodles sono… ‘nciampato) e il sorriso finale. Durante LA scena, invece (alias Deborah e Noodles al ristorante) sono rimasto abbastanza quieto, anche se avevo tutti gli organi in subbuglio emozionale, oltre che cuore e cervello.

Accanto a me, per tutte e quattro le ore (e passa), la mia squisita Delizia, che ha confermato l’esperienza cinefila imperdibile, e che è ormai il tassello importante di tanti appuntamenti cardine della mia vita.

Addio a Cliff Robertson

Probabilmente i più giovini (questa frase già mi inquieta) lo ricorderanno come lo zio del Peter Parker raimiano, ma per me Cliff Robertson resterà sempre il deputy-director della CIA nel capolavoro di Pollack, I tre giorni del Condor.

[Ho piazzato qui la versione italiana del finale per una questione d’affezione alla prima versione del film che ho visto, ormai una quindicina d’anni fa].

Cliff Robertson, (September 9, 1923 – September 10, 2011)

[So che ho postato questa scena anche per commemorare la morte di Pollack, ma questa sequenza - e questo film - sono una di quelle perle che porterei sulla famoso isola deserta, una manciata di fotogrammi tra i più belli conservati nella mia memoria di spettatore, grazie anche alla grande interpretazione di Robertson].

Bye bye, Amy

Troppo presto, troppo maledettamente presto.

Se ne va anche Amy Winehouse. Forse ci sono degli artisti che sono troppo fragili. Li vedi, li ascolti, lo sai che quella fiamma che brilla sul palco e nella loro voce brucia su una pira con interessi da strozzino. Però, cazzo!

Quando stasera Delizia me l’ha detto quasi non ci credevo. Ok, la Winehouse era una strafattona che aveva rischiato la vita più di una volta, ma ero convinto che ormai l’avrebbe sfangata – anche se certo la (non) esibizione della prima tappa del nuovo tour, poche settimane fa, ubriaca e drogata al punto da non riuscire non dico a cantare ma neanche a stare in piedi sul palco, non presupponeva niente di buono.

Mi è spiaciuto un sacco, era una delle cantanti beniamine di questo blog, e una delle poche “giovani”. Lascia due album, ma che album! Bastano da soli a riservarle un posto d’onore nella storia della Musica (e in particolare in quella degli anni 00): quanta musica, giunta dopo, deve molto alla sua? Non si conta.

Era un’autrice eccellente e una cantante dalla voce sopraffina. Le sue melodie e i suoi versi se non altro avranno la meglio sulla sua vita scapestrata.

La saluto con una delle mie canzoni preferite.

 

Big Man is gone

Clarence Clemmons non ce l’ha fatto contro l’ictus che l’ha colpito la settimana scorsa. Mi piace ricordarlo così (e lasciando suonare Born to run tutta la giornata). Goodbye, Big Man.

He was so much older then. He’s younger than that now

70.
Esattamente dieci anni fa comprai – con l’Espresso – Like a rolling stone, perché da anni ero curioso di conoscere questo “poeta della musica”. Non mi aspettavo (o forse sì?) che sarebbe diventato uno dei miei capisaldi cultural-musicali.

Anni e anni di ascolti e dischi e dischi acquistati. Non sapevo cosa scegliere per omaggiarlo. Alla fine ha vinto Not dark yet. Non è la mia preferita perché non ne ho una, non saprei scegliere, ma Time out of mind se non Il preferito, è certamente uno degli album del menestrello cui ritorno più frequentemente.

Auguri, mr. Tamburino.

Goodbye Lumet

Uno degli anfitrioni di quel momento magico del cinema americano che è da sempre il mio cinema. Innumerabili le ore con cui ho sognato, ho vissuto, ho attraversato le strade di New York coi suoi film. NY me la immagino ormai sempre attraverso l’otturatore delle sue inquadrature. Il trittico imprescindibile dei ’70 (Serpico – uno dei titoli della top assoluta di chi vi scrive, Quel pomeriggio di un giorno da cani, Quinto potere), l’esordio con La parola ai giurati, ancora La collina del disonore, uno dei film più crudi e crudeli sulla vita militare, Il verdetto… e su su fino a oggi, con quello splendido gioiello che è Before the devil knows you’re dead. Lumet non invecchiava. Come ogni grande riusciva a pungere e a dire originalmente la sua anche a ottant’anni passati.

Qui la mia recensione di Serpico per Loudvision, risalente a un po’ di tempo fa.

Grazie.

Addio a Liz Taylor

Uno dei suoi ruoli indimenticabili. Uno dei miei film del cuore.

Goodbye, Liz.

C’era una volta un doppiaggio e ci sarà di nuovo

[da Libero di ieri]

Ci ho speso su una tesi. Mi sono fatto il sangue amaro per anni, dal 2003, anno dell’uscita in dvd di C’era una volta in America. E ora finalmente si chiude un cerchio che francamente non speravo potesse mai chiudersi. Ebbene dopo quasi dieci anni, tornerà finalmente in dvd C’era una volta in America, nella versione doppiata originale, voluta da Leone. Chi segue un po’ questo blog (ma anche chi non lo segue, basta dare un’occhiata al titolo e al nick) sa come la penso – a costo di sembrare stucchevole e banale, ma insomma è così: C’era una volta in America è il film della mia vita. Lo amo come nessun’altra opera e lo amo nel suo doppiaggio originale, quello del 1984 con Ferruccio Amendola, Sergio Fantoni, Rita Savagnone, Leo Gullotta, Massimo e Riccardo Rossi, Giorgia Lepore, Gigi Reder, Gianni De Ambrosis, Maria Pia Di Meo, Carlo Giuffré… Queste voci fanno parte del mio scrigno di ricordi cinefili e non ci rinuncerei per niente al mondo.

I motivi tecnico poetici, le questioni filologiche, storiche, linguistiche, che attestano a mio parere l’oggettiva intoccabilità del doppiaggio originario, li ho espressi e difesi in una tesi e in vari articoli su alcune riviste per cui ho collaborato in passato. Non che sperassi di muovere chissà cosa. Era solo uno sfogo oggettivo di una passione molto soggettiva. Ma questo è il Noodles Journal, il mio cantuccio, il mio cesso con l’abbaino in cui mi rintano per starmene tranquillo e qui dunque lascio tutto lo spazio al cuore e al sentimento personale.

L’unica cosa che mi convince poco di questa operazione è quella di voler integrare nella nuova versione le sequenze tagliate da Leone per questioni di tempo, prima insomma che arrivasse al minutaggio definitivo – e approvato dal regista – di 218 minuti. Preferirei che quelle sequenze – peraltro mai doppiate e che si inserirebbero nel film evidentemente come materiale non fluido – finissero nella sezione extra o che almeno si desse la possibilità di guardare il film in due versioni e due dischi: sull’uno quella definitiva per le sale, quella presentata a Cannes (218 minuti) e sull’altro quella col materiale integrato. Mi seccherebbe dover avere tra le mani ancora una volta un’opera spuria, anche se per motivi diversi*.

*edit: mi hanno scritto da AVMagazine e molto gentilmente mi hanno fatto notare che esiste il cosiddetto seamless branching che risolverebbe la questione in quanto permette in automatico di tagliare (senza che nessuno se ne accorga) le scene integrate nel film senza mortificare il lavoro di chi ha recuperato e rimontato il film dato che non comporterebbe alcun vantaggio o limitazione a chi vuole gustarsi la versione originaria. Good for us.

Bye, bye, baby

Goodbye, Jane Russell.

Oscar 2011. Tutto come previsto

Anche troppo. La cerimonia ha confermato tutti i pronostici, nel bene e nel male, e dunque nessuna scossa, nessun salto, poca emozione. Nonostante la simpatia di Hathaway e Franco, dopo qualche momento di incertezza.

Poi sarà pure che, a causa di un paio di precedenti notti insonni, mi son addormentato poco prima dell’annuncio della vittoria di Firth e che ho seguito il suo speech senza capirci molto, tant’è che dopo mi sono riaddormentato, perdendomi il gran finale (per modo di dire).

Questo blog tifava per Inception sapendo benissimo che non avrebbe vinto, per cui nessuna sorpresa.

Ad ogni modo, faccine ultrasorridenti per la vittoria della Portman.

Addio Dorian Gray

L’attrice si è suicidata con un colpo di pistola.

Questo blog la ricorderà sempre come la splendida Marisa di quel capolavoro servito dal genio di Totò e Peppino.

Addio a Blake Edwards, e grazie per le risate, a volte amare, popolate spesso di geniali imbecilli.


Addio, Mario

In genere non scrivo nulla quando scompare un grande artista, non metto su coccodrilli dell’ultim’ora, ma per Mario Monicelli faccio uno strappo alla regola. Perché un italiano come lui è difficile ritrovarlo, più atipico eppure forse così profondamente italiano, narratore delle mostruosità e dei difetti nostrani a suon di risate (non sempre di gioia), cui neanche la vecchiaia era riuscita a scalfire quella magnifica montagna di sarcastico cinismo che lo ammantava. Se n’è andato nel modo forse più doloroso e violento, ma questo attiene alla libera scelta di ogni uomo e su tale scelta bisogna tacere, con rispetto.
Più che altro qui lo si ricorderà per alcuni dei film che sono alcuni capitoli della bibbia di questo blog: Guardie e ladri, I soliti ignoti, La Grande guerra, L’armata Brancaleone e Amici miei, che – come ho già avuto modo di scrivere – ha il più bel finale della commedia italiana in assoluto. Pianto e riso mescolati in un impasto che è quanto di più artisticamente italiano sia venuto fuori dalla nostra cinematografia, secondo uno stile che non è stato più raggiunto (e intendo come stile, non in senso estetico assoluto).Grazie Mario. Buon viaggio.

Goodbye Dino


Dino De Laurentiis è stato un grande in patria come in America.