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Classificone 2010: un anno di cinema in sala.

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Premio fetenzia dell’anno: Precious.

Quando ho iniziato giorni fa a stilare la consueta lista annuale del miglior cinema in sala, mi son accorto che quest’anno è stato un po’ magro. E non me ne ero reso conto sinora. Dopo la sesta o settima posizione direi che ci sono più che altro dei riempitivi, giusto per arrivare a dieci. Che son film di tutto rispetto, che ho amato molto, ma non certo cose da incendiarti la testa, robe da top ten. Ma questi c’erano e questi ho messo.
Anche perché quelli non inseriti (e ce ne son tanti) mi avevano impressionato anche meno.
Insomma, questa è la mia classifica. Si può essere d’accordo o meno – ho dei momenti che pure io ho dei dubbi con me stesso, che mi vorrei contestare, anche perché Potiche l’avrei voluto riguardare prima di esprimermi, stesso discorso per L’illusionista – quando sei troppo assonnato il giudizio non è mai perfetto – senza contare che mi manca la visione di un film che invece mi interesserebbe una cifra come Animal Kingdom… ma a un certo punto devi farla e postarla.
In fondo è solo una classifica. Un gioco di fine anno. L’importante è il cinema, e che resti e che continui a sfornare opere che andremo a papparci anche quest’anno in sala – sperando in una distribuzione equa (no perché altrimenti qua Kick Ass avrebbe fatto il suo bel lavoro o che ci si ricordi del cinema coreano. Se penso che il pubblico italiota non si potrà godere l’ultimo film di Bong Joon-ho… – devo dire ho avuto invece un rapporto più freddo nei confronti di Thirst).

Romanzo criminale – La serie (S02, Sky).

Possiamo scriverlo in tutta tranquillità: Romanzo criminale è un capolavoro, lo spartiacque della serialità italiana, finalmente adulta, complessa, controversa come la realtà che racconta. Stefano Sollima e i suoi sceneggiatori con questa seconda e ultima stagione chiudono le vicende della Banda della Magliana, riformulando con abilità la lezione del serial americano, affiancata a una narrazione  italiana al 100%, e non solo – ovviamente – per quel che riguarda ambientazione e personaggi.
Lontano – deo gratia – dalle logiche compromissorie della fiction nostrana, Romanzo criminale ci pone di fronte personaggi pieni di spine, ombre, contraddizioni. Ha il coraggio di portare le sue linee narrative fino in fondo, senza curarsi troppo della reazione dello spettatore, che invece resta spiazzato, lasciato volutamente senza appigli, in un marasma di storia e retrostoria oscura del nostro Paese.
Restano impresse immagini, facce, modi di dire (sono giorni che imito il romanesco, che parlo di stendere, pijarse Roma, di stecca para pe’ tutti, di stende’ er Dandi). Al di là di quella che può sembrare una battuta gratuita, credo rappresenti in realtà il segno preciso di un successo di pubblico e critica, della capacità del serial di inserirsi nella antica e difficile tradizione del racconto popolare (quello vero, colto, non la merda che ci propinano le tv generaliste) che inchioda nella mente dello spettatore personaggi indimenticabili come il Freddo, Dandi, e quella furia inarrestabile del Bufalo in una raffigurazione dell’Italia a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta praticamente perfetta, non solo da un punto di vista scenografico (che già da solo merita il plauso scrociante) ma che scende nelle sue profondità, nelle viscere stesse della realtà del nostro Paese e lo fa sfruttando con sagacia il racconto seriale, dimostrando ormai al monno che pure noi de casa nostra se potemo pijà lo scettro del racconto televisivo e competere coi mericani.
Spero solo – vivamente, giuro – che non resti un episodio isolato.

You will meet a tall dark stranger (Woody Allen, 2010).

Sono stati tutti un po’ troppo cattivi nei confronti dell’ultimo film di Allen, specie quando lo si è accusato di rimestare nelle solite tre quattro tematiche. E allora? Sono anni, da sempre, che il suo cinema è caratterizzato da un’autoreferenzialità che sfocia quasi in un (delizioso) autismo. Con questo non voglio negare che l’ultima opera qualche difettuccio se lo porti dietro, ma è pur vero che tirar fuori tanti film a così breve distanza non può dar luogo a una sequela imprescindibile di capolavori. Dopotutto, anche se è strano detto da me, anche Allen è umano.
E dunque, certo, il finale delle varie vicende soffre di un pessimismo un po’ troppo forzato, quasi che il regista volesse anteporre la propria visione nichilista agli eventi e alle ambizioni dei personaggi; ma pure questo aspetto è tuttavia mitigato dalla direzione degli attori, dalla verità che tutti esprimono al di là delle (minime) forzature di scrittura.
Che il mondo sia una girandola impazzita in preda al caos e che i rapporti umani ne siano un perfetto riflesso, sono anni che Woody ce lo va raccontando. Magari in altri film un po’ meglio, ma pure You will meet a tall dark stranger sa ritagliarsi i suoi momenti, riesce, come pochi altri film, a reggere il racconto corale sotto una volta dalle potenzialità indubbie. E se la girandola di questa tranche de vie sembra interrotta un po’ troppo bruscamente, Allen resta uno dei pochi registi a perseguire la sua visione del mondo e del cinema con una coerenza ammirabile che gli si fa perdonare senza remore anche qualche difettuccio.

Precious (id., Lee Daniels, 2009).

Tratto dal romanzo Push della poetessa Sapphire, edito in Italia dalla Fandango, Precious è il bluff dell’anno (passato). Ha rischiato di non arrivarci neanche in Italia, e dopo averlo visto possiamo confessare in tutta onestà che non sarebbe stato un gran danno: ci avrebbe risparmiato  (specie a chi scrive) un’ora e quaranta di spocchiosità pseudo indie sparsa nella storia di questa diciassettenne nera, obesa, semianalfabeta, madre di due figli avuti da rapporti incestuosi col padre e vessata da una madre (Mo’nique) gelosa delle sue attenzioni. Un briciolo di speranza arriverà solo da un istituto per ragazzi difficili, cui la indirizza la preside della sua scuola, rintracciando in lei una naturale propensione alla matematica.
Precious è un film pressoché inguardabile, affogato in una saturazione di colori eighties (è ambientato nel 1987) in cui si aprono gli squarci luccicanti della nostra protagonista che, in sequenze di inenarrabile kitsch, si immagina starlette di mtv e diva del cinema, acclamata ed amata dai fan. Quando si dice la metafora suggerita con le pinze!
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Il pugile a riposo (The Pugile at Rest, Thom Jones, 1993 – Minimum Fax 2001).

Ultimamente ho letto un bel po’ di raccolte della Minimum Fax. Quasi tutte di nuovi scrittori americani, ma Il pugile a riposo è il primo vero libro che mi colpisce sul serio. Lo stile, l’originalità degli altri scrittori presentati dalla casa editrice romana erano inappuntabili, ma pure si sentiva sempre – anche nei migliori – il senso di “librificio”, di racconti perfetti usciti da una scuola di scrittura creativa, ma senza una vera anima propria (sto generalizzando eh).
Ecco, invece, che arriva questo Thom Jones, che pure viene da un corso di scrittura creativa, ma prima ancora è uno che se l’è scampata dal Vietnam, ma come ognuno della sua generazione ne è rimasto ossessionato, viene da mille lavori umili, tra cui il bidello in una scuola, viene dal pugilato, di cazzotti ne ha presi parecchi.
Il pugile a riposo gli somiglia. Ha una scrittura secca, inappuntabile, ma soprattutto vera, che ti arriva dritta nel cervello, più rapida di un uppercut. Ci trovi la vita vissuta dentro queste pagine, il sudore dei ring, le giornate intere a passare uno straccio sul pavimento. I personaggi dei racconti raccontano la propria verità balzando fuori dalla pagina, con un linguaggio senza inutili abbellimenti e con un ritmo delle frasi irresistibile.
Quasi ogni racconto è una perla, e di quelle grosse. A parte gli ultimi due che mi hanno lasciato più freddo, tutti gli altri sono davvero preziosi.
Leggerò sicuramente altro di Jones, ormai s’è conquistato di diritto la mia fiducia.

Dexter (Showtime, S05)


È risaputo. Sono da sempre tra quelli schierati, pronti a prendersi un fendente letterariamente acuminato per difendere Dexter. Ammetto che il mio amore per la serie e il personaggio mi portano spesso a essere fin troppo indulgente sui (molti) difetti che spuntano quasi sempre nei finali, angariati dalle solite debolezze, che si chiamano fretta, contraddizioni, inverosimiglianze. E se è vero che a ogni giro li possiamo camuffare con il soddisfacente andamento generale e l’appassionante evoluzione personale di un mostro che tenta di umanizzarsi, resta pur vero che di stagione in stagione, diventa sempre più difficile non ammettere i passi falsi.
Ma su un punto preliminare vorrei essere chiaro: a me la stagione è piaciuta, con tutti i suoi difetti.
Eppure, si può forse ignorare che la prima parte è stata troppo lenta? Troppo povera di eventi? Si può negare che il filone Santa Muerte è andato a finire Dio solo sa dove e che non se ne capisce il legame col resto? E neanche possiamo negare che l’affaire omicidio di Rita/accuse su Dexter viene polverizzato in un nanosecondo, riavvolgendo la serie su uno dei suoi – soliti – tasti dolenti: ogni stagione soffre di tendenza alla conclusione autistica, e quando pure semina qualche indizio lo risolve nella successiva nel battito di un ciak. A lungo andare la cosa sta compromettendo la serietà della continuity, affossata spesso da storyline parallele che dalla seconda stagione in poi premono per un posto al sole, ma poi alla fine si accontentano di uno spicchio di luce, subito adombrato (Laguerta/Batista – quello che ci ha rimesso più le penne nel corso delle season, Debra e il suo manzo di turno, Masuka, ora Quinn, più le varie new entries di stagione).
Potremmo dire: il problema è la prevedibilità. Dexter è minacciato su tutti i fronti, ma ormai abbiamo capito che nell’ultimo episodio, grazie a un triplo – e sempre più inverosimile – salto carpiato, la sfanga. Possiamo accettarlo una, due volte, tre. Alla quarta la cosa diventa sospetta. Read more »

Neve a Napoli

Oggi, intorno tre le 13.30 e le 14 e qualcosa è arrivata la neve anche a Napoli. Neve, per modo di dire: un nevischio mezzo sciolto, che appena si vedeva. Esili fiocchi trasparenti. Si scioglievano non appena toccavano terra, per cui dopo un po’ sembrava che stesse appena schizzichiando. Il freddo è molto rigido oggi, più degli altri giorni. Ma prima che qua a Napoli arrivi la neve, quella vera che si ammonticchia per strada, che necessita degli spalatori, che si ingrossa nel tuo giardino permettendoti di fare palle di neve e pupazzi, ce ne vuole.

Addio a Blake Edwards, e grazie per le risate, a volte amare, popolate spesso di geniali imbecilli.


Sunset Park (id., Paul Auster)

Difficile stabilire se la chiosa dell’ultimo romanzo di Auster sia foriera di una speranza o di nero pessimismo. Dopo aver letto l’ultima pagina, per me è prevalsa la seconda opinione. Sunset Park conferma la passione dello scrittore per i punti di vista alternati, per le narrazioni a staffetta, bilanciate e allacciate come in un montaggio cinematografico. Dietro, tutta la densità dei temi austeriani, dalla necessità di crescere alle interpolazioni tra le arti, dagli intrecci del caso all’indagine chiaroscurale dell’animo umano.
Ma basterebbe questo a rendere l’idea?
Non credo.
Il fatto è che da austeriano tenace, chi vi scrive prova un piacere tutto particolare a leggere i suoi libri, a riconoscere – seppur in traduzione – il ritmo delle sue frasi, le focali con cui raccontare i suoi personaggi, le alternanze, le scansioni interne, i salti temporali. In Sunset Park c’è tutto l’Auster migliore. E come tale si fa leggere con un piacere che sconfina oltre la letteratura e diventa parte attiva dell’esperienza del lettore. Cosa potremmo chiedere di più a un romanzo?

The Walking Dead (AMC, S01).

Frank Darabont è una garanzia, uno dei pochi che è riuscito a trasporre King senza fare vaccate, perciò per The Walking Dead c’era grossa attesa, alimentata poi da un canale come la AMC che pare sfornare solo capolavori negli ultimi anni. Il confronto con il tema horror e con uno dei suoi mostri topici, lo zombie, non regge però come le altre opere. Vero che ci troviamo di fronte a una stagione a metà (appena sei episodi), partita con un pilot di un’ora – diretto da Darabont stesso – che fa ben sperare, ma poi il serial si perde un po’, decide coraggiosamente di concentrarsi sugli umani, sulle loro psicologie al limite di fronte a un’apocalisse mondiale, ma al tempo stesso svilisce troppo il tema horror. Gli zombie quasi ce li dimentichiamo. E allora che diavolo li abbiamo messi a fare in mezzo? Tanto valeva descrivere un mondo post-apocalittico senza i dead walkers (qualcosa come La strada di McCarthy). Le psicologie dei personaggi soffrono di una caratterizzazione mai veramente approfondita, fatto salvo qualcuno, tanto che – complice anche l’esiguo spazio temporale della stagione – quando un umano viene magnato dagli zombi ce ne frega un cacchio. Se a ciò aggiungete che l’ultimo episodio rompe totalmente con l’atmosfera e il ritmo degli altri e infila un nuovo personaggio e una serie di spiegoni inutili che gli tireresti budella in faccia agli sceneggiatori, le cose non migliorano.
Eppure restiamo fiduciosi, perché c’è del buono in questo serial, a cominciare dal convincente make up degli zombi. C’è in nuce una pletora d’argomenti scottanti per ora solo sfiorati, che potrebbero donare alla seconda stagione (già confermata) un dispiego molto interessante. Noi ci crediamo. E ci speriamo. E speriamo – buffo che sia un cagasotto come me a dirlo – che ci sia anche un po’ più di tensione: è vero che il tema zombiesco è più che sfruttato e che pure The Walking Dead non sfugge ad alcuni cliché, ma a me l’immagine dell’umanità ridotta all’osso, simbolicamente e concretamente è sembrato uno squarcio convincente. Se aboliamo qualche buonismo di troppo e procediamo decisi verso un po’ più di sana cazzimma, lo show entrerà in pieno rodaggio.p.s. Non avendo letto la graphic novel che gli da origine non saprei stilare paragoni. In fondo anche non necessari.

Stanno tutti bene – Everybody’s fine (Everybody’s Fine, Kirk Jones, 2010).

Gli adattamenti cinematografici, quando passano di Paese (e di lingua) in Paese producono un ripensamento legato ai codici delle differenti culture. Kirk Jones adatta il terzo lungometraggio di Giuseppe Tornatore – a essere onesti, uno dei più deboli della sua filmografia, salvato dalla grande presenza di Marcello Mastroianni – e pur riducendo a quattro il numero dei figli cui questo padre vedovo va a far visita lungo tutta la nazione riproduce abbastanza fedelmente il modello originario. Anche nei suoi difetti.
Qualche scivolata nella retorica melodrammatica c’era nell’opera del Peppuccio nazionale come nella versione a stelle e strisce, che però, va detto, mantiene per lo più una certa compostezza generale.
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The Killer Inside Me (id., Michael Winterbottom, 2010)

Dire che attendevo con ansia questo film è un eufemismo. Da quando lessi L’assassino che è in me e scoprii il mondo malato, noir, nichilista di Jim Thompson mi presi una tale sbornia letteraria che ancora dura. Ero dunque curioso di vederne l’adattamento cinematografico. Che tutto sommato mi è anche garbato, anche se non brilla proprio, non c’è stato l’accecamento, e oserei dire che il film sta quasi tutto sulla prova di Casey Affleck – mi riferisco ovviamente alla versione originale, in inglese – col suo mormorio smozzicato, con quel fraseggio impastato e ruminante. Gli altri personaggi, è vero, sono un po’ sbiaditi, e comunque la si voglia vedere resta una paraculaggine mostrare la violenza efferata di uno che piglia a pugni in faccia la Alba fino a sfigurarla per poi aver cura di celare, in ogni amplesso, il benché minimo millimetro di capezzolo. Delle due l’una. Si potrebbe obiettare che è una precisa scelta per rendere più sensuale l’immagine. Be’, se questa era la scelta, allora a Winterbottom la cosa non è riuscita.
Ma mi ritengo tutto sommato soddisfatto, a parte qualche confusione d’intreccio e qualche momento di stanca. Affleck è mostruosamente bravo.

Qui la mia disamina più approfondita sui lidi di Loudvision.

Scott Pilgrim vs. the World (id., Edgar Wright, 2010)

Scott Pilgrim è stato distribuito a cazzo, diciamo la verità, per non parlare che da me – a Napoli – c’era solo in spettacoli pomeridiani (in due o tre cinema in tutto, ed è già pure sparito). Anche per questo ho preferito papparmelo stravaccato sulla mia poltrona, e mi chiedo francamente cosa diavolo possa diventare questo film doppiato. Non è questione di snobismo, ma un’opera così legata alla lingua, al contesto, al platform, al fumetto di cultura americano-anglosassone è per costituzione irriproducibile nella vulgata dantesca.
Detto questo, Scott Pilgrim mi ha un po’ frenato le aspettative. Parte bene, ma poi la situazione platform-videoludica si fa troppo ripetitiva, dimenticandosi che stiamo guardando un film, e non giocando con la Playstation. Il collega slowfilm (la cui recensione dice tutto talmente bene in un modo che neanche mi sogno di raggiungere, da rendere queste due chiacchiere del tutto inutili – se volete passare direttamente di là non m’offendo), scrive: “è sostanzialmente la simulazione di un film.”
Mai definizione fu più calzante. Forse il problema è che non sono cresciuto a fumetti e videogames, e dunque non riesco a empatizzare del tutto l’universo citazionista del film. L’ho trovato un’occasione mancata. L’idea è ottima, ma dopo la prima mezz’ora l’intreccio gira su se stesso in loop, come un quadro che devi ricominciare sempre daccapo, e i continui combattimenti somigliano troppo a un’esperienza Wii e troppo poco al cinema. Scott Pilgrim insomma perde per strada l’empatia cinematografica, nonostante la bravura degli attori e la simpatia dei personaggi: se le capacità di Michael Cera sono ormai da tempo confermate, la rivelazione è stata Mary Elizabeth Winstead che dopo ruoli da cheerleader (Death Proof) e di figlia dell’eroe action (Die hard) si vede offerta l’occasione di un personaggio più complesso e sfaccettato, e la coglie a pieno. È un peccato, per il film, perché le trovate geniali ci sono, l’ibridazione cinema-fumetto-videogioco funziona in molti aspetti e apre la strada a una rivoluzionaria commistione di generi: il montaggio che salta da una situazione tempo-spaziale all’altra con un semplice taglio-sipario è una traduzione originalissima del linguaggio del fumetto e insieme un’apertura gravida di future soluzioni per il linguaggio cinematografico, foriero di un racconto incalzante, spezzettato, ellittico. In Scott Pilgrim tutto resta però al primo livello, ottimi spunti per le avventure future, per giungere a un finale canonico (che ci sta benissimo), ma attraverso stazioni, quelle sì, troppo ripetitive.

Addio, Mario

In genere non scrivo nulla quando scompare un grande artista, non metto su coccodrilli dell’ultim’ora, ma per Mario Monicelli faccio uno strappo alla regola. Perché un italiano come lui è difficile ritrovarlo, più atipico eppure forse così profondamente italiano, narratore delle mostruosità e dei difetti nostrani a suon di risate (non sempre di gioia), cui neanche la vecchiaia era riuscita a scalfire quella magnifica montagna di sarcastico cinismo che lo ammantava. Se n’è andato nel modo forse più doloroso e violento, ma questo attiene alla libera scelta di ogni uomo e su tale scelta bisogna tacere, con rispetto.
Più che altro qui lo si ricorderà per alcuni dei film che sono alcuni capitoli della bibbia di questo blog: Guardie e ladri, I soliti ignoti, La Grande guerra, L’armata Brancaleone e Amici miei, che – come ho già avuto modo di scrivere – ha il più bel finale della commedia italiana in assoluto. Pianto e riso mescolati in un impasto che è quanto di più artisticamente italiano sia venuto fuori dalla nostra cinematografia, secondo uno stile che non è stato più raggiunto (e intendo come stile, non in senso estetico assoluto).Grazie Mario. Buon viaggio.

The Social Network (id., David Fincher, 2010).

La freddezza è uno dei tratti distintivi del cinema di Fincher, la stessa freddezza che trancia via di netto dal film ogni strizzata d’occhio al fenomeno sociologico di Facebook. Ciò evita a The social network le piaghe dell’istant movie, l’elenco biblico quanto effimero delle manie generate dalla moda (culturale o sociale). Non è un film su Facebook, nella misura in cui non si lascia attrarre dal suo giogo drogante, riflettendo tutto sotto una lente distaccata che è propria di tutti i film fincheriani.
La facciata del network non riceve praticamente mai il primo piano, resta sempre ai margini dell’inquadratura o viene attraversata dall’obiettivo come un elemento del quadro, sfiorato, offuscato. E così il linguaggio relativo appare e svanisce nelle prime fasi del film (e della nascita del sito), senza trasformarsi in un loop non richiesto, senza insomma imitare la catena surrogata dell’uso del sito. Neanche le dinamiche processuali, spina dorsale del film, abbattono l’intreccio, perché Fincher rinuncia al montaggio canonico, allo snodo cronologico, facendo dialogare – letteralmente – passato e presente, conferendo al film una compattezza che lo salva dal proceduralismo visto e stravisto.
The social network ha più a che fare con la tragedia interiore, con il regolamento di conti tra (ex) amici, di fronte all’imperante insorgere del demone del capitalismo. E a evitare cadute emozionali e lacrimevoli ci pensa l’incredibile fissità dello sguardo di Eisenberg. Il suo Zuckenberg è una specie di autistico sociale che maschera la sua mancata appartenenza al contesto a colpi (preventivi) di intelligenza tagliente e battute sarcastiche. Film molto parlato che in mano a Fincher diventa però cinema puro, grazie anche a un montaggio parallelo tra passato e presente, a un paio di sequenze già di culto (discoteca), The Social Network scova nel web il club esclusivo (ma iperinclusivo e di facile accesso) del nuovo millennio, dove però non c’è la vita spremuta fuori a suon di pugni, ma un regolamento di conti tra due amici, due personalità opposte, che lascia sul campo da ambo le parti vincitori vinti.