Vita e morte di un ingegnere (Edoardo Albinati, 2012)

Ho scoperto Edoardo Albinati (di cui confesso non sapevo neanche l’esistenza) grazie alla manifestazione Un’altra galassia, che tra i suoi organizzatori aveva Massimiliano Virgilio, docente di un corso di scrittura creativa che avevo frequentato qualche mese fa. Il libro autobiografico di Albinati è stato una piacevole rivelazione: scritto in un italiano curato ma mai compiaciuto, affronta un argomento tabù come la morte (e di un padre) in punta di piedi, concedendosi persino il guizzo dell’ironia, perché in fondo la vita – di cui la morte è parte integrante – è fatta di ambiguità, di rovesci continui, di coesioni dissonanti. Diviso in due parti, che affrontano la vita e la malattia del padre, Vita e morte di un ingegnere ha la scorrevolezza di un diario e l’universalità di un tema che tocca tutti. Ed è costruito (specie nella prima parte) con un gusto dell’ellissi, della focalizzazione episodica che è forse la più bella rappresentazione insieme del mistero e della familiarità che avvolge la persona che ci ha generato.

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