War Horse (Steven Spielberg, 2011)

Spielberg dovrebbe essere arginato da Spielberg. Essendo di base un regista facile al sentimentalismo, quando se ne fa travolgere i risultati sono pericolosi. War Horse si inserisce nella scia del cinema classico americano, quello dei De Mille o dei Fleming, sposandone sì il linguaggio visivo con indubbi risultati (i tramonti e i carrelli del film tolgono il respiro), ma c’è un limite alla sovrapposizione. Il cinema post duemila non può più reggere quella visione ingenua, quella rappresentazione del mondo (e della guerra) che allo spettatore smaliziato di oggi risulta una cartolina cui è difficile credere per più di due minuti. Anche la scelta di riportare i dialoghi dei tedeschi e dei francesi in un inglese/italiano artefatti risponde sì a un filologismo storico preciso, ma risulta ancora più zavorrante per il film. Ora, non ho sentito la versione inglese, ma su quella italiana, com’era facile prevedere, i nostri doppiatori si sono dati alla pazza gioia: io i tedeschi che parlano a questo modo non li ho sentiti mai neanche nelle parodie; fortuna che i francesi parlano senza accento – che ci salva le orecchie per qualche minuto, ma da un punto di vista di coerenza linguistica non ha alcuna ragione d’esistere.

Certo resta il paesaggismo, i tramonti da commozioni, gli sfondi emozionali contro cui si stagliano i personaggi. Tutte scelte dall’indubbio gusto pittorico, e anche supponendo la scelta da parte di Spielberg di soffermarsi sull’aspetto pittorico più che su quello narrativo, War Horse resta comunque un esperimento poco riuscito, cinema d’altri tempi ma troppo lungo, con stagnazioni nella parte iniziale e centrale, e con una tale insistenza sull’ingenuità del sentimento da sortire l’effetto opposto: dopo poche decine di minuti stavo quasi per abbandonare la sala, e a me i cavalli piacciono parecchio. Il paradosso è che l’insistenza sul dato emotivo finisce per raffreddare il film, per neutralizzare i colpi di scena.

  1. Sostanzialmente molto d’accordo. “Visione ingenua” è la definizione giusta.

    ciao

  2. molto giusto, te l’appoggio.

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