Hugo Cabret (Hugo, Martin Scorsese, 2011)

L’apparente frattura narrativa tra la storia del piccolo Hugo e quella del misterioso giocattolaio è in realtà un percorso di evoluzione e scoperta sotto l’egida della figura paterna, sia essa esplicita o metaforica. L’intreccio del film conserva la sua semplicità perché è il veicolo, il treno diremmo, che permette a Scorsese un’indagine sul cinema degli albori e sulla sua magia su un binario che oltre a procedere si allarga a propaggine e usa il suo giocattolo/automa come carbone per mettere in moto la cinepresa e i fotogrammi.

Quello di Hugo Cabret è uno Scorsese molto personale pur nella formula un po’ più addolcita da film per famiglie (e non esente da qualche difettuccio, ammettiamolo pure), è il punto di incontro tra il realizzatore di documentari sul cinema, il teorico, e il giovane cinefilo che ha scoperto per la prima volta la settima arte. Hugo Cabret è insieme teorico ed emozionale: storia personale e storia del cinema si intrecciano riflettendo un’autobiografia reale e poetica che si concretizza nella maestria con cui i fotogrammi di vecchi film (reali) si mescolano con quelli nuovissimi e tridimensionali.

Il 3D funziona, anche se resto sempre scettico nei confronti di questa tecnologia. Ma è innegabile l’uso funzionale e significativo di Scorsese, che allude a quel cinema fantasmagorico, a quell’hybirs onirica che possedeva il cinema delle origini, e quello di Méliès in particolare e che impregna anche i fotogrammi di Hugo. Al di là dei rimandi più espliciti (il sogno nel sogno), Scorsese riesce a conferire al suo film la stessa purezze e ingenuità del muto di inizio Novecento. L’ambientazione ricreata da Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo denuncia volutamente la sua finzionalità: la stazione-mondo che ospita la storia forse non è altro che un fotogramma di L’Arrivée d’un train à La Ciotat così come la sequenza del sogno nel sogno allude con i mezzi e il linguaggio odierno alla visionarietà di Méliès. Hugo Cabret è un omaggio e inno alla memoria dell’arte, intesa non come museo, ma come sprone di un’arte che è cinesi in ogni sua compartizione, ispirazione continua a 24 fotogrammi al secondo.

  1. Però questo 3D è stupefacente, dai. E poi è giustificabilissimo, perché secondo me è anche metacinematografico.

  2. C’è la stazione di La Ciotat e c’è Méliès. Bellissimo! Dovrei vederlo domani.

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