
Storie distinte con personaggi diversi, tre futuri prossimo venturi sulla visione e la tecnologia, sulla ri-produzione virale delle immagini, personali e pubbliche, Black Mirror affronta di petto un punto nevralgico del nostro mondo e riesce a declinarlo tre volte senza cadere nell’ovvietà. Il primo episodio potrebbe accadere domani mattina mentre gli altri due si avvicinano più esplicitamente a un orizzonte fantascientifico, ma tutti sono il riflesso (molto poco) distorto della realtà in cui ci svegliamo ogni mattina, tutti raccontano la mutazione genetico-antropologica che ci ha condotti a delegare quella realtà a un derivativo che ha molte facce (o interfacce), tutte però figlie di un unico specchio oscuro. Così, in fondo, i due sguardi più immersi in una tecnologia (ancora) finzionale, hanno le loro radici ben piantate nell’occhio contemporaneo, nel disperato bisogno di un riflettore per sfuggire a una prigione di bisogni e passatempi che dipinge tutti di grigio solo per finire poi in un contenitore più elitario di quella stessa prigione o nell’ossessiva dipendenza da una sedimentazione visiva che oggettivizza un’insicurezza nei confronti di una realtà che non sappiamo più leggere attraverso la presa diretta dell’occhio nudo.
Eppure il podio spetta all’episodio contemporaneo: la raffigurazione della dipendenza dello spettatore medio rispetto all’ingerenza dell’immagine pseudo-cronachistica è la riuscita fotografia di una deviazione tutta moderna. E mai come in Italia la ricezione è così acuta. Un maiale sodomizzato da un primo ministro o una nave da crociera arenata su una costa, sono solo variabili di un’equazione sempre uguale.
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