Stephen Shore, Uncommon Places

Il fascino di un libro come Uncommon Places parte dalla sua natura fisica, la sua rilegatura, l’odore delle pagine lucide, il grande formato, la copertina dura, con un’immagine di presentazione che anticipa in un unico scatto l’intera atmosfera dell’opera.

La passione per Stephen Shore è nata in seguito a una mostra vista l’anno scorso a Trastevere con Delizia. Fu la conferma di un amore a prima vista i cui segnali erano già evidenti dopo aver dato un’occhiata anticipata su google.

Uncommon places viene da New York, è un libro in inglese che mi ha lasciato stupito delle mie capacità di comprensione: nel leggere il saggio introduttivo e l’intervista all’autore son ricorso al dizionario quattro o cinque volte in tutto. E io di fotografia non ne so un tubo. Ecco perché anche queste poche parole si riferiscono a sensazioni del tutto personali, perché non sarei in grado di stilare una recensione tecnica.

Uncommon places è un libro di viaggio, una raccolta di cartoline di grande formato che come pagine di un diario (con tanto di data e luogo) raccontano il peregrinare di Shore attraverso l’America degli anni Settanta, l’America più interna e provinciale. Sono immagini di luoghi, palazzi, incroci stradali, diner, pompe di benzina, con segni figurativi ricorrenti (su tutti, i pali su cui corrono i fili del telefono), in cui è quasi bandita la figura umana. Ogni immagine cattura un attimo. Hai la netta sensazione che appena volterai pagina quella macchina lì, all’incrocio, svolterà a destra e sparirà dal quadro. L’occhio di Shore cattura squarci d’America con scatti artificiosamente distratti, evoca davanti ai tuoi occhi una realtà che sai di conoscere, un’America che hai già visto e conosciuto tra i fotogrammi di decine di film, tra le pagine della migliore letteratura.

Verrebbe voglia di buttare a terra il libro aperto e saltare in una qualsiasi di quelle fotografie, uno squarcio a caso di un’America lontana eppure così familiare. Avvicinarsi ai vetri di quel motel solitario, bussare, scostare le tendine e trovarci dentro uno degli alcolizzati di Carver, salire in quella chevrolet e trovarsi a discorrere con un protagonista di Richard Yates. Le foto di Shore hanno tutta la concretezza del reale (storico) e insieme la vivida poesia (realistica) dei romanzi e dei racconti che ci hanno fatto conoscere l’altra America, quella vista di scorcio, meno tronfia ma dannatamente vicina alla vita.

  1. Mi fa pensare a John Brinckerhoff Jackson, un geografo americano che descriveva le trasformazioni a cui andavano incontro i paesaggi vernancolari americani…

  2. Non lo conosco. Me lo cerco su internet per scovare qualche informazione ;)
    thanks del link comunque.

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