
L’apparente frattura narrativa tra la storia del piccolo Hugo e quella del misterioso giocattolaio è in realtà un percorso di evoluzione e scoperta sotto l’egida della figura paterna, sia essa esplicita o metaforica. L’intreccio del film conserva la sua semplicità perché è il veicolo, il treno diremmo, che permette a Scorsese un’indagine sul cinema degli albori e sulla sua magia su un binario che oltre a procedere si allarga a propaggine e usa il suo giocattolo/automa come carbone per mettere in moto la cinepresa e i fotogrammi.
Quello di Hugo Cabret è uno Scorsese molto personale pur nella formula un po’ più addolcita da film per famiglie (e non esente da qualche difettuccio, ammettiamolo pure), è il punto di incontro tra il realizzatore di documentari sul cinema, il teorico, e il giovane cinefilo che ha scoperto per la prima volta la settima arte. Hugo Cabret è insieme teorico ed emozionale: storia personale e storia del cinema si intrecciano riflettendo un’autobiografia reale e poetica che si concretizza nella maestria con cui i fotogrammi di vecchi film (reali) si mescolano con quelli nuovissimi e tridimensionali.
Il 3D funziona, anche se resto sempre scettico nei confronti di questa tecnologia. Ma è innegabile l’uso funzionale e significativo di Scorsese, che allude a quel cinema fantasmagorico, a quell’hybirs onirica che possedeva il cinema delle origini, e quello di Méliès in particolare e che impregna anche i fotogrammi di Hugo. Al di là dei rimandi più espliciti (il sogno nel sogno), Scorsese riesce a conferire al suo film la stessa purezze e ingenuità del muto di inizio Novecento. L’ambientazione ricreata da Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo denuncia volutamente la sua finzionalità: la stazione-mondo che ospita la storia forse non è altro che un fotogramma di L’Arrivée d’un train à La Ciotat così come la sequenza del sogno nel sogno allude con i mezzi e il linguaggio odierno alla visionarietà di Méliès. Hugo Cabret è un omaggio e inno alla memoria dell’arte, intesa non come museo, ma come sprone di un’arte che è cinesi in ogni sua compartizione, ispirazione continua a 24 fotogrammi al secondo.
The Help è la classica operazione hollywoodiana tesa alla conquista dell’Oscar, di cui è probabile che farà incetta. Nel bene e nel male, il film di Taylor mostra fin troppo il suo essere prodotto, oscillando tra scelte indovinate e altre (la maggior parte) annegate in una visione semplicistica, che trova la sua coronazione nella divisione manichea – troppo bianco e nero è il caso di dirlo – dei personaggi. Il “messaggio” dirompente è inscatolato in una medietà tipica dell’Oscar movie per soddisfare un po’ tutti senza accusare nessuno. Quindi le donne bianche sono insopportabili e meschine a priori, per cui alla fine viene a mancare anche l’elemento fondante del film: non sono neanche razziste, o meglio quello è un minimo riflesso, di una negatività genetica. Le cameriere di colore invece conservano tutte un’indole buona e giusta, anche se agiscono in modi diversi. In mezzo il personaggio di Emma Stone, che rappresenta l’anello (inesistente) e si autopropone tedofora della liberazione sociale.




Shame più che raccontare una storia presenta una serie di quadri collegati della vita del protagonista, una narrazione frammentaria che segna l’incapacità del personaggio a legare in ogni senso. La vita di Brandon è fatta di momenti (sessuali e non solo), di orgasmi veloci da consumare senza altre conseguenze se non quella del desiderio che si riaccende non appena appagato e che dovrebbe colmare una vacuità, una solitudine e un dolore inespresso senza riuscirci mai. Ed è un sesso a portata di clic o di portafoglio, ultima espressione della disumanizzazione consumistica e insieme comportamento ossessivo compulsivo che dovrebbe esporre il corpo (proprio e delle partner occasionali), innalzarlo al massimo per distruggere o almeno mettere a tacere ciò che quel corpo imprigiona.
Ho finito di leggerlo una ventina di giorni fa e – lo ammetto – ci ho messo molto più tempo rispetto all’Inferno. La seconda cantica da un certo punto di vista è meno incalzante, non tanto perché le manchino le personalità indelebili, quanto perché tendono ad emergere meno icasticamente, forse anche per un motivo morale: coloro che sono salvi, devono espiare e cancellare le loro colpe, non riviverle di continuo. Certo, devono sottoporsi al supplizio, ma non è un caso se l’ultima tappa nel paradiso terrestre sia il bagno nel Letè, le cui acque cancellano il ricordo del peccato (uno dei tanti stratagemmi simbolico-letterari adattati da Dante al contesto cristiano).
Ammetto che fare un film su una figura controversa come quella del primo capo dell’FBI sia impresa titanica e di difficile tenuta, ma ciò che non mi ha del tutto convinto è la versione addomesticata di Hoover che Eastwood ci presenta, salvo poi ritinteggiare il ritratto con qualche battuta finale di Tolson, ma è un po’ poco. Hoover poteva anche essere convinto di essere nel giusto, ma era uno che si sporcava molto più le mani di quanto faccia nel film.






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